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Non riduciamo la questione della riforma portuale a un mero teatrino politico, mettendo in scena uno scontro tra realtà savonese e genovese. Sarebbe un’emulazione triste oltre che dannosa all’intero sistema economico della nostra regione. Evitiamo ulteriori perdite di tempo, servono risposte in grado di cogliere l’esigenze del trasporto intermodale e una strategia logistica come stimolo per uscire dalla crisi economica garantendo un ruolo di crescita e di sviluppo.

La competitività del “sistema Liguria” non può prescindere dalla valorizzazione e ottimizzazione dei propri scali marittimi. La Liguria deve sfruttare in maggior misura i vantaggi derivanti dalla sua posizione e conformazione geografica che la rendono una naturale piattaforma logistica per tutto il centro-sud europeo. Arenarci sulla riforma tanto attesa accendendo una disputa tra annessioni o palesate conflittualità tra porto di Genova e porto di Savona non gioverebbe al superamento delle problematicità e criticità che limitano l’efficienza e la competitività .

Non credo che nessuno auspichi a ridurre o limitare l’autonomia locale,non si tratta di difendere il “vessillo di Genova” piuttosto che di Savona ma di promuovere un modello Liguria: superiamo gli elementi egocentrici che causerebbero l’asfissia dell’economia portuale ligure cogliendo, invece, lo spazio per una nuova visione più dinamica .

La riforma portuale non si può però fermare squisitamente sull’accorpamento delle autorità portuali ma occorre includere la prospettiva dell’autonomia finanziaria, senza questo elemento sarebbe una riforma dimezzata!

Prevedere, quindi, l’autonomia finanziaria dei porti è di vitale importanza, non si può rimandare ad ulteriori interventi legislativi. Si guardi a cosa succede nel nord Europa se vogliamo davvero dare un futuro all’economia della nostra regione. L’attuale congiuntura economica mondiale ha determinato una contrazione nei volumi dei traffici,occorre, pertanto, raggiungere maggiori economicità in termini monetari e di tempo. Una strategia logistica competitiva ha ripercussioni positive sull’intero assetto produttivo del territorio e conseguentemente sull’intero assetto socioeconomico del Paese, ma occorre dotare le autorità portuali di strumenti che consentano tali obbiettivi. L’autonomia finanziaria è oggi la verità copernicana dalla quale nessuna riforma può prescindere.

Ulteriori distrazioni sono da considerarsi nocive e contro tendenti al naturale sfruttamento delle potenzialità in essere.

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Don SturzoIn merito alla riforma elettorale desidero condividere una riflessione per apportare una migliore definizione nell’attuale dibattito.

La scelta del rinvio a fine ottobre deve, a mio modesto avviso, essere accolta come un’ulteriore opportunità e un’occasione da non sprecare al fine di apportare modifiche all’attuale disegno di legge, cogliendo quelle necessità dettate dalle ragioni politiche ma non in conflitto con le disposizioni delle dottrine giuridiche.

Non possiamo cedere a timori individuali e a tendenze irresponsabili per di più lontane dai valori democratici in cui ci riconosciamo.

Sono convinto che si possa lavorare insieme per determinare un processo della riforma elettorale che sappia garantire la governabilità come la rappresentatività, capisaldi della democrazia che devono essere tenuti in considerazione senza ricorrere a pretestuose strumentalizzazioni non idonee al conseguimento di nuova legge elettorale:obbiettivo irrinunciabile per la selezione della classe politica della nostra Regione.

Cogliamo, dunque, questo spazio come il tempo prezioso per una riflessione costruttiva mirata ad eliminare i difetti palesemente non conformi alla Costituzione, e a produrre gli accorgimenti migliorativi nell’interesse generale.

Sicuramente dovrà essere previsto uno strumento adeguato per la determinazione di una maggioranza legittima che potrà essere individuato con l’istituzione di una soglia accettabile o l’istituto del doppio turno.

Chi come me appartiene alla tradizione popolare non può dimenticare il richiamo di uno dei padri nobili della politica italiana, Don Luigi Sturzo e il sacrificio che pagò personalmente non condividendo la Legge Acerbo. Don Sturzo nel 1923 comprese il pericolo rappresentato dalla nuova legge elettorale, che istituiva il premio di maggioranza dei due terzi del parlamento a chi avesse raggiunto il 25 % dei voti: denunciò in tempi non sospetti la deriva antidemocratica ma rimase una voce incompresa e isolata. Il gruppo parlamentare del Partito Popolare scelse la strategia dinamica confermando l’assenso alla Legge Acerbo, Don Sturzo in seguito si dimise da segretario del Partito Popolare che aveva lui stesso fondato. Fu quello uno strappo profondo che non determinò gli effetti desiderati come il successivo “ritiro sull’Avventino” in merito all’omicidio Matteotti. La storia purtroppo diede ragione a Don Luigi Sturzo, la nuova legge elettorale consentì successivamente di introdurre innovazioni traumatiche e lesive che inaugurarono l’esperienza del totalitarismo. Senza esagerare in un parallelismo degli eventi storici ma esclusivamente per trarre ispirazione, noi non possiamo prescindere da responsabilità che sono congenite al nostro dna politico.

La crisi politica, sociale ed economica che attanaglia il nostro Paese, dalla quale la nostra regione non è esente, necessita di un processo largamente condiviso e legittimo nel pieno rispetto delle regole democratiche. La nuova legge elettorale regionale deve nascere lontano da timori, toni intimidatori o interessi individuali.

Auspico, quindi, che alla ripresa dei lavori del Consiglio regionale si adottino misure migliorative all’attuale proposta di legge trovando ispirazione e riferimento allo spirito del 48’ che ha consentito al nostro Paese di rinascere e diventare una moderna democrazia.

GrondaAssurdo pensare che la nostra Regione possa essere esclusa da un processo importante come quello legato alle infrastrutture! Mi auguro possa trattarsi solamente di una distrazione o di un’errata interpretazione. Troppo tempo si è perso perseguendo la marcia dei rinvii, attitudine a un certo modo di gestire la politica nel nostro territorio. Ma non è ammissibile l’atteggiamento che potrebbe adottare il Governo . Mi piace usare un forte condizionale sperando che presto possa arrivare una smentita e una conferma per una strategia di crescita anche per la nostra regione.

Se così non fosse, credo che più di preoccuparsi di primarie entrambi i poli farebbero meglio ad evitare un inchino estremamente pericoloso: la nostra Liguria non può diventare la Concordia d’Italia.

VALORE-CULTURALa Legge Franceschini è la “breccia di Porta Pia”che irrompe in uno schema rigido ed estremamente burocratizzato, abbatte le barriere e le vecchie contrapposizioni ideologiche e introduce un nuovo rapporto pubblico-privato nella gestione del patrimonio culturale.

I contributi dei privati tra sponsorizzazioni, erogazioni liberali e fondazioni bancarie nel quinquennio 2008-2013 sono crollati del 40%: sono andati perduti oltre 350 milioni di euro che si aggiungono al poderoso taglio pubblico. Guardando in casa nostra per essere pragmatici i contributi privati al Carlo Felice sono passati dai 2,5 milioni di euro del biennio 2010-2011 all’attuale 1,2 di euro. È chiaro che serva un sistema fiscale che incentivi una compartecipazione e ponga un freno a possibili nuove fughe di risorse economiche.

In un quadro di riforme inderogabili, la legge Franceschini coglie l’attimo fuggente iniziando un apporto rivoluzionario che consente il coinvolgimento dei privati attraverso nuove formule. Se la crisi economica ha costretto ulteriormente a pesanti tagli in materia di politiche culturali, lo Stato non deve rinunciare né alla valorizzazione né alla tutela del suo patrimonio culturale, ma deve trovare nuove soluzioni.

 L’Art Bonus, per esempio, introduce il credito d’imposta ovvero una leva fiscale del 65% per il 2014 e 2015 e del 50% per il 2016, per chi vorrà investire con propri capitali per la conservazione del patrimonio pubblico e il sostegno delle attività artistiche: finalmente un sistema che incentiva e non punisce le cosiddette sponsorizzazioni.

La legge contiene diverse novità dettate da una situazione d’emergenza, che sicuramente non risolvono l’intera problematicità del settore ma rappresentano un primo e importante passo.

La Cultura è un bene che appartiene all’umanità non allo Stato, alla Regione, alla Chiesa o a un privato ed è quindi logica la partecipazione di tutti e il contributo di ognuno.

In questo periodo di crisi economica-sociale cogliamo questa occasione per aprire a una nuova fase di innovazione e avanguardia, non esclusivamente per essere una vetrina di bellezze del passato, ma per tornare a produrre Cultura.

Dopo un esasperato periodo di inadeguatezza della classe politica, l’approvazione della legge Franceschini, preceduta dalla Bray, apre quindi a nuovi scenari che rivoluzionano in modo significativo la tutela e la valorizzazione della Cultura, segnando il tanto atteso iter innovativo del settore.

Il percorso è lungo e certamente insidioso, in quanto la nuova legge ha accolto soltanto le misure urgenti sulle quali occorreva un immediato intervento, ma pone le basi per successive azioni improcrastinabili volte a intendere la Cultura non più come pura voce di costo ma come investimento utile alla società. D’altronde , considerato il nostro immenso patrimonio artistico, non si può ridurre ad una singola legge la riforma totale del sistema, ma servono strumenti innovativi che consentano il rinnovamento legislativo, e la legge Franceschini ne è un esempio.

Le procedure amministrative, l’accentramento burocratico dei meccanismi di controllo sui gestori e produttori,l’incertezza sull’ammontare dei contributi e sulla scadenza della loro effettiva erogazione, fino ad oggi hanno paralizzato il settore della cultura, occorre per questo definire una policy chiara per garantire la semplificazione di norme e regolamenti.

pan_di_spagnaQualche giorno fa, senza fare nome e cognome, qualcuno mi ha fatto notare che su un importante quotidiano genovese era stato pubblicato un articolo sul Pan di Spagna. Qualcun altro molto finemente mi ha fatto notare che dopo la mia articolazione proprio su questo importante dolce dalle origini genovesi non avevo ancora dato nessuna ricetta.
Queste due annotazioni mi hanno fatto molto piacere perché evidentemente i papilliclandestini sono fedeli e crescono, e perché evidentemente sulla pasta di Genova avevamo visto bene.

A questo punto non mi resta che condividere una delle due ricette che utilizzo abitualmente per la preparazione del Pan di Spagna.
Iniziamo con la scuola di Luca Montersino, grazie alla quale potrete realizzare degli ottimi e soffici Pan di Spagna.

Leggi la ricetta su Papilleclandestine

pasoliniRagionando sugli eventi che stanno caratterizzando il nostro tempo, ritengo opportuno pubblicare un articolo scritto da Pier Paolo Pasolini nell’estate del 1975, per la  evidente e alquanto sconcertante attualità.

L’analisi che compie Pasolini denunciando la decadenza della cultura, società e politica italiana contiene una profezia estremamente puntuale quanto scomoda.

Preciso che ho volutamente estrapolato la parte che ho trovato coniugabile con la situazione odierna, eliminando i protagonisti e soggetti politici “processati” da Pasolini,per  rendere più pulita se mi concedete questa licenza, la trasposizione ai giorni nostri.

A distanza di quarant’anni, il pensiero e l’invettiva contenuti in questo articolo appaiono come una descrizione reale della situazione italiana.

Si grida e si agisce in nome e in virtù di una modernizzazione dello Stato, cavalcando attraverso una manipolazione populista l’opinione pubblica.

Si compie così quella diacronia storica, per cui nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più cause reali del Paese.

La riforma elettorale, sia  l’italicum sia  la recentissima proposta di legge regionale,sono un esempio di questa deflagrazione “istituzionale”.

 

Non commento oltre, lascio a voi questo onore, per quanto mi riguarda, mi ritrovo nelle parole che qui seguono.

 

“(…)    Ora, quando si saprà, o, meglio, si dirà, tutta intera la verità del potere di questi anni, sarà chiara anche la follia dei commentatori politici italiani e delle élites colte italiane. E quindi la loro omertà. 

     Del resto tale «verità del potere» è già nota, ma è nota come è nota la «realtà del Paese»: è nota cioè attraverso un’interpretazione che «divide i fenomeni», e attraverso la decisione irrevocabile, nelle coscienze di tutti, di non concatenarli. 

     Non praticare più la «divisione dei fenomeni», rendendoli, così, logici in un tutto unico, significherebbe rompere – e certo pericolosamente – una continuità. (…)

… mai la distanza tra il potere (quello che in un articolo di varietà ho chiamato il «Palazzo») e il Paese è stata più grande. Si tratta (dicevo) di una vera e propria diacronia storica: per cui nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più cause reali nel Paese. La meccanica delle decisioni politiche del Palazzo è come impazzita: essa obbedisce a regole la cui «anima» (Moro) è morta. 

     Ma c’è di più, come accennavo. I fenomeni (impazziti e marcescenti) del Palazzo avvengono in comparti stagni, ognuno, si direbbe, dentro l’invalicabile area di potere di uno degli appartenenti alla mafia oligarchica, che, provenuta dal fondo della provincia più ignorante, governa da qualche decennio l’Italia.  (…)

     Nel tempo stesso, fuori dal Palazzo, un Paese di cinquanta milioni di abitanti sta subendo la più profonda mutazione culturale della sua storia (coincidendo con la sua prima vera unificazione): mutazione che, per ora, lo degrada e lo deturpa. Ma anche qui le nostre coscienze di osservatori si sono macchiate dell’imperdonabile colpa di avere, come dicevo, «separato i fenomeni» di tale degradazione e deterioramento: di non averne mai osato abbracciare con un solo sguardo l’Insieme.  (…)

     Dunque, … ciò che succede nel Palazzo e ciò che succede nel Paese sono due realtà separate, le cui coincidenze sono solo meccaniche o formali: ognuna in effetti va per conto suo; … in queste due diverse realtà, la stessa diacronia che le separa si ripete nei fenomeni che avvengono nel loro interno. 

     La causa prima di tale separazione tra il Palazzo e il Paese, e della conseguente separazione dei fenomeni all’interno del Palazzo e del Paese, consiste nella radicale mutazione del «modo di produzione» (enorme quantità, transnazionalità, funzione edonistica): il nuovo potere reale che ne è nato ha scavalcato gli uomini che fino a quel momento avevano servito il vecchio potere clerico-fascista, lasciandoli soli a fare i buffoni nel Palazzo, e si è gettato nel Paese a compiere «anticipatamente» i suoi genocidi.  (…) 

     Nel meccanismo (Palazzo, Paese, Nuovo Potere) che … ho descritto, intervengono anche altre forze: …[1] che da tale meccanica sarebbero libere. E sarebbero libere precisamente perché la loro interpretazione della realtà dovrebbe essere culturale e non pragmatica: politicizzando il tutto, se ne dovrebbe vedere l’insieme: e quindi il principio: per cui si potrebbe, appunto, ricomincare. 

     Perché allora …[2] sospendono ogni forma, sia pur timida, di interpretazione dell’Insieme, adeguandosi anch’essi alla regola prima cui si attengono tutti gli osservatori politici italiani, di ogni classe e partito, la regola cioè di intervenire solo fenomeno per fenomeno? 

     Le ipotesi sono due: 

     I) … non possiedono più una interpretazione culturale della realtà, essendosi ormai identificati, nel pragma e nel buon senso, con la Dc: accettazione dello Sviluppo, con quanto di democratico, tollerante, progressista esso (falsamente, io sostengo) comporta(…)

     II) … possiedono invece, ancora, la loro visione ormai classica di interpretazione «altra» della realtà, ma non ne fanno uso. E non ne fanno uso perché, se ne facessero uso, essi dovrebbero ricorrere, logicamente, a soluzioni estreme. 

     E quali sarebbero queste soluzioni estreme? Forse quelle degli estremisti? 

… tali soluzioni estreme si manterrebbero nell’ambito della Costituzione e del parlamentarismo: anzi, sarebbero – secondo uno stile semmai di carattere radicale – l’esaltazione della Costituzione e del parlamentarismo. 

     In conclusione, … dovrebbero per prima cosa (se vale questa ipotesi) giungere ad un processo … (di) questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci)   (…)

E quivi … di una quantità sterminata di reati (…): indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia,( …) distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell‘esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori. 

     Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni[3]… o la moralità[4] … non servono a nulla.”

«Il Mondo», 28 agosto 1975

Pier Paolo Pasolini

 

 

[1] Paolini si riferiva al PSI e al PCI

[2] PSI e PCI

[3] democristiani (Moro, Zaccagnini)

[4] dei comunisti