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Il Teatro Modena ? Un’esperienza umanamente ed intellettualmente qualificante che nessuno può assumersi la responsabilità di abbandonare!

“Il teatro Modena rappresenta un importante e irrinunciabile realtà culturale legata al tessuto storico sociale di questa città, non possiamo permetterci di seguire logiche che tendano alla chiusura. Vietato arrendersi !

Un’esperienza umanamente ed intellettualmente qualificante che nessuno può assumersi la responsabilità di abbandonare!

Il teatro Modena rientra, oggi più che mai,nelle strategie  d’intervento mirate a sostenere i programmi di riqualificazione e rigenerazione di aree urbane, come il quartiere di Sampierdarena., e il Teatro Modena è per Genova una risorsa culturale distintiva, un marchio di qualità nel processo stesso della valorizzazione territoriale, un valore simbolico ed identitario.Genova--Teatro-Gustavo-Modena-8-9-marzo-1

In una prospettiva miope, unilaterale e riduttiva, che condanna la Cultura a un continuo e assurdo esercizio politico di tagli, occorre contrapporre un muovo modello: devono emergere proposte che sappiano cogliere la cultura come opportunità di crescita, di sviluppo e di progresso. Nei centri urbani che si proseguono strategie coerenti e ambiziose di sviluppo fanno della cultura una delle leve di azione privilegiate, realizzando i processi valorizzazione urbana intorno a interventi culturali pilota. Chiudere il Modena significherebbe spegnere le luci su un importante”salotto” come il quartiere dove è ubicato. Rafforzare l’integrazione tra cultura e sviluppo locale, ovvero promuovere azioni di valorizzazione delle risorse culturali e ambientali fortemente integrate con il territorio, rappresentano non tanto una sfida alla questione ma una possibile soluzione da perseguire.

Si parla tanto di finanziamenti,di razionalizzazione delle risorse economiche che rischiano di compromettere il futuro dei teatri genovesi, ma invito la nostra città a guardare cosa avviene oltre il nostro confine, nei diversi Stati membri della UE,dove hanno aumentato gli investimenti in ambito culturale, raggiungendo esiti incoraggianti .

Per questo motivo dobbiamo anche saper attingere dalle opportunità messe in campo dall’UE, che ha aumentato del 37% i finanziamenti destinati alla cultura per il periodo 2014/2020: il progetto “Creative Europe”,per esempio, mette a disposizione 1,8 miliardi e  altri 210 milioni saranno destinati a consentire ai piccoli operatori di accedere a prestiti bancari. Eppure il Governo italiano non ha ancora colto questa imperdibile opportunità. Può coglierla Genova? La nostra città? “

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La crisi che sta interessando la gestione del patrimonio culturale italiano, in particolar modo quello genovese come evidenziato nelle ultime settimane anche da Il Secolo XIX, ci pone all’interno di un complesso e sottovalutato dibattito, dove la cultura necessità di innovazione normativa e organizzativa. E’ inevitabile, oggi più che mai, non perdere tempo e inaugurare una rivoluzione sostanziale, non per una pronuncia di resa basata su politiche di contrattura e razionalizzazione economica ma contrariamente per definire nuove strategie: migliorare la qualità e la maggiore efficienza dell’utilizzo dei fattori produttivi appaiono tra le condizioni necessarie per garantire l’avvento di una nuova stagione per la cultura.

È ancora opinione diffusa che la cultura non rappresenti nel contesto economico sociale una leva di crescita, ma sia culturapiuttosto un pozzo senza fondo dove le risorse si sperdono. Questi luoghi comuni devono essere responsabilmente superati, occorre guardare alla cultura come realtà di sviluppo economico, di vantaggio e di progresso per la nostra città: le opportunità connesse alla valorizzazione di questo ricco patrimonio, nella consapevolezza di un nuovo modello di crescita, sono enormi. Valorizzare la “Cultura”(teatri, musei, cinema, eventi luoghi storici, istruzione, ricerca scientifica, ecc.) obbliga ad assumere scelte diversificate e coraggiose fuori dai vecchi schemi; senza avere paura, si può procedere promuovendo una politica innovativa e di controtendenza nazionale, realizzando le premesse per un nuovo ciclo di sviluppo, creando così  occupazione e fattori di progresso.

Parafrasando Mme de Staël che intervenendo nel 1816 sulla crisi della letteratura italiana, invitava gli italiani a guardare oltr’Alpi, “onde mostrare qualche novità ai cittadini”, oggi, dobbiamo spingerci oltre il nostro confine prendendo spunto  dalle politiche adottate dai diversi governi europei che hanno aumentato gli investimenti in ambito culturale, raggiungendo esiti incoraggianti . Dobbiamo anche saper attingere dalle opportunità messe in campo dall’UE, che ha aumentato del 37% i finanziamenti destinati alla cultura per il periodo 2014/2020: il progetto “Creative Europe”,per esempio, mette a disposizione 1,8 miliardi e  altri 210 milioni saranno destinati a consentire ai piccoli operatori di accedere a prestiti bancari. Eppure il Governo italiano non ha ancora colto questa imperdibile opportunità.

Naturalmente, oggi non si può rimanere fermi solo davanti a dispositivi o interventi di carattere finanziario pubblico, ma servono condizioni atte a stimolare  investimenti nel settore della cultura da parte del privato attraverso un’innovativa organizzazione che consenta strumenti e provvedimenti  correlati a sgravi e a deduzioni fiscali. Su questo tema, davvero, dobbiamo ispirarci ai meccanismi e alle prassi adottate dai diversi Stati membri dell’UE: che in questa nuova tendenza hanno già dimostrato  di saper rilanciare un settore che per Genova rappresenta più di una potenzialità.

Quindi l’auspicio è  di poter leggere presto per Genova “ci sono pochi teatri”… sarebbe davvero l’inizio di nuova politica, fatta di volontà e non di rinuncia.

In questo tempo così difficile, possono toglierci tutto, ma non la speranza  di pensare a un futuro migliore, soprattutto per la cultura.

 Intervento pubblicato ieri 12 Aprile 2013 sulle pagine de IL SECOLO XIX

In merito alla situazione che sta interessando il Teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova, propongo di seguito un mio punto di vista, pubblicato sulle pagine del “IL SECOLO XIX”, lo scorso 26 novembre 2012, buona lettura.

Comprendo la drammatica situazione  dei lavoratori del teatro e garantisco il mioImmaginepersonale  impegno per trovare una soluzione definitiva e duratura alle prospettive occupazionali. Anche in tempi di crisi è importante tornare a investire nelle iniziative culturali attraverso misure controtendenti  alle politiche di contrazione promosse dagli attuali governi e  invito a questo proposito a guardare cosa succede sia in Francia sia in Germania.

Il Carlo Felice è un gioiello che appartiene al patrimonio della “nazione cultura” senza confini geopolitici-geografici, dove la musica è la lingua universale che unisce e non divide.  Siamo davanti a una sfida che non può esaurirsi nella semplice adozione di vecchi modelli. L’evoluzione profonda della società, caratterizzata dalla globalizzazione, ci obbliga a un atto di coraggio e di media lunga visione. Gli effetti della Great Recession si abbattono purtroppo anche sulla Cultura, attraverso una selvaggia politica di tagli, ritenuta troppo spesso come “un pozzo senza fondo” destinato a risucchiare risorse invece di produrne.

Occorre guardare con una visione diversa e cogliere il senso di un nuovo scenario per superare questo quadro cronico. Se si continua con atteggiamenti di indifferenza nei confronti dell’altissimo valore della cultura e le drastiche riduzioni di finanziamenti si rischia di compromettere la futura attività, non solo sotto il profilo produttivo ma anche qualitativo: se si prosegue con le linee attuali è a rischio la sostenibilità.

Serve invece cambiare rotta inaugurando con coraggio nuove vie che sappiano delineare un nuovo processo culturale dove il Carlo Felice possa essere inserito nelle strategie tracciate dal piano Europa 2020.

Il Carlo Felice va incluso in una complessa offerta culturale, nell’ottica di un nuovo modello di crescita, dove la cultura è intesa anche come produzione e occasione di lavoro. Si è perso troppo tempo? Per me non è mai troppo tardi. Dobbiamo vincere questa scommessa superando gli sterili dibattiti circa il ruolo e la responsabilità del pubblico e del privato nell’investire nella Cultura. Serve oggi più che mai l’unione tra chi vuole fare, non si vince sostenendo la divisione dei ruoli tra pubblico e privato. Salvare e rilanciare il Carlo Felice è una responsabilità che appartiene a tutti: la sconfitta si può evitare tenendo lontano criteri o atteggiamenti che non sono utili a nessuno.

Sia per il pubblico  che per il privato esiste una responsabilità congiunta nella salvaguardia del patrimonio culturale e insostituibile del Carlo Felice: ma è soprattutto una realtà viva che deve continuare a costituirsi ed evolvere ogni giorno, tanto più la nostra inventiva e intelligenza è all’altezza del passato da cui si alimenta.

Guardiamo al Carlo Felice non come ad un problema ma come ad un’opportunità senza esitazioni: liberiamoci delle vecchie incrostazioni mentali. Non si può più procedere affrontando periodicamente la realtà dell’Ente lirico esclusivamente come problematiche di bilancio, ma come perno di un’offerta culturale di cui la nostra città è in grado di poter realizzare. Il Carlo Felice è una delle tante risorse della nostra città, ma servono strategie che sappiano vincere la miopia culturale ed economica di una politica troppo arretrata  per dare una risposta da tempo attesa.