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pasoliniRagionando sugli eventi che stanno caratterizzando il nostro tempo, ritengo opportuno pubblicare un articolo scritto da Pier Paolo Pasolini nell’estate del 1975, per la  evidente e alquanto sconcertante attualità.

L’analisi che compie Pasolini denunciando la decadenza della cultura, società e politica italiana contiene una profezia estremamente puntuale quanto scomoda.

Preciso che ho volutamente estrapolato la parte che ho trovato coniugabile con la situazione odierna, eliminando i protagonisti e soggetti politici “processati” da Pasolini,per  rendere più pulita se mi concedete questa licenza, la trasposizione ai giorni nostri.

A distanza di quarant’anni, il pensiero e l’invettiva contenuti in questo articolo appaiono come una descrizione reale della situazione italiana.

Si grida e si agisce in nome e in virtù di una modernizzazione dello Stato, cavalcando attraverso una manipolazione populista l’opinione pubblica.

Si compie così quella diacronia storica, per cui nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più cause reali del Paese.

La riforma elettorale, sia  l’italicum sia  la recentissima proposta di legge regionale,sono un esempio di questa deflagrazione “istituzionale”.

 

Non commento oltre, lascio a voi questo onore, per quanto mi riguarda, mi ritrovo nelle parole che qui seguono.

 

“(…)    Ora, quando si saprà, o, meglio, si dirà, tutta intera la verità del potere di questi anni, sarà chiara anche la follia dei commentatori politici italiani e delle élites colte italiane. E quindi la loro omertà. 

     Del resto tale «verità del potere» è già nota, ma è nota come è nota la «realtà del Paese»: è nota cioè attraverso un’interpretazione che «divide i fenomeni», e attraverso la decisione irrevocabile, nelle coscienze di tutti, di non concatenarli. 

     Non praticare più la «divisione dei fenomeni», rendendoli, così, logici in un tutto unico, significherebbe rompere – e certo pericolosamente – una continuità. (…)

… mai la distanza tra il potere (quello che in un articolo di varietà ho chiamato il «Palazzo») e il Paese è stata più grande. Si tratta (dicevo) di una vera e propria diacronia storica: per cui nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più cause reali nel Paese. La meccanica delle decisioni politiche del Palazzo è come impazzita: essa obbedisce a regole la cui «anima» (Moro) è morta. 

     Ma c’è di più, come accennavo. I fenomeni (impazziti e marcescenti) del Palazzo avvengono in comparti stagni, ognuno, si direbbe, dentro l’invalicabile area di potere di uno degli appartenenti alla mafia oligarchica, che, provenuta dal fondo della provincia più ignorante, governa da qualche decennio l’Italia.  (…)

     Nel tempo stesso, fuori dal Palazzo, un Paese di cinquanta milioni di abitanti sta subendo la più profonda mutazione culturale della sua storia (coincidendo con la sua prima vera unificazione): mutazione che, per ora, lo degrada e lo deturpa. Ma anche qui le nostre coscienze di osservatori si sono macchiate dell’imperdonabile colpa di avere, come dicevo, «separato i fenomeni» di tale degradazione e deterioramento: di non averne mai osato abbracciare con un solo sguardo l’Insieme.  (…)

     Dunque, … ciò che succede nel Palazzo e ciò che succede nel Paese sono due realtà separate, le cui coincidenze sono solo meccaniche o formali: ognuna in effetti va per conto suo; … in queste due diverse realtà, la stessa diacronia che le separa si ripete nei fenomeni che avvengono nel loro interno. 

     La causa prima di tale separazione tra il Palazzo e il Paese, e della conseguente separazione dei fenomeni all’interno del Palazzo e del Paese, consiste nella radicale mutazione del «modo di produzione» (enorme quantità, transnazionalità, funzione edonistica): il nuovo potere reale che ne è nato ha scavalcato gli uomini che fino a quel momento avevano servito il vecchio potere clerico-fascista, lasciandoli soli a fare i buffoni nel Palazzo, e si è gettato nel Paese a compiere «anticipatamente» i suoi genocidi.  (…) 

     Nel meccanismo (Palazzo, Paese, Nuovo Potere) che … ho descritto, intervengono anche altre forze: …[1] che da tale meccanica sarebbero libere. E sarebbero libere precisamente perché la loro interpretazione della realtà dovrebbe essere culturale e non pragmatica: politicizzando il tutto, se ne dovrebbe vedere l’insieme: e quindi il principio: per cui si potrebbe, appunto, ricomincare. 

     Perché allora …[2] sospendono ogni forma, sia pur timida, di interpretazione dell’Insieme, adeguandosi anch’essi alla regola prima cui si attengono tutti gli osservatori politici italiani, di ogni classe e partito, la regola cioè di intervenire solo fenomeno per fenomeno? 

     Le ipotesi sono due: 

     I) … non possiedono più una interpretazione culturale della realtà, essendosi ormai identificati, nel pragma e nel buon senso, con la Dc: accettazione dello Sviluppo, con quanto di democratico, tollerante, progressista esso (falsamente, io sostengo) comporta(…)

     II) … possiedono invece, ancora, la loro visione ormai classica di interpretazione «altra» della realtà, ma non ne fanno uso. E non ne fanno uso perché, se ne facessero uso, essi dovrebbero ricorrere, logicamente, a soluzioni estreme. 

     E quali sarebbero queste soluzioni estreme? Forse quelle degli estremisti? 

… tali soluzioni estreme si manterrebbero nell’ambito della Costituzione e del parlamentarismo: anzi, sarebbero – secondo uno stile semmai di carattere radicale – l’esaltazione della Costituzione e del parlamentarismo. 

     In conclusione, … dovrebbero per prima cosa (se vale questa ipotesi) giungere ad un processo … (di) questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci)   (…)

E quivi … di una quantità sterminata di reati (…): indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia,( …) distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell‘esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori. 

     Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni[3]… o la moralità[4] … non servono a nulla.”

«Il Mondo», 28 agosto 1975

Pier Paolo Pasolini

 

 

[1] Paolini si riferiva al PSI e al PCI

[2] PSI e PCI

[3] democristiani (Moro, Zaccagnini)

[4] dei comunisti

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Città metroFoto“La stagione delle riforme è necessaria al rinnovamento dell’assetto istituzionale del nostro Paese: queste però dovrebbero seguire il buon senso e la responsabilità, qualità che non sempre emergono nel legislatore di turno. Passano i governi ma restano lacune che rischiano di far naufragare non solo un processo riformatore ma di far saltare l’intero ordinamento dello Stato. Sono in gioco la qualità della democrazia e la funzionalità delle istituzioni. Il rischio di creare una degenerazione istituzionale è sottovalutato nonché preoccupante.

L’abrogazione della Provincia di Genova e la nascita della città metropolitana si verificano non attraverso una revisione costituzionale ma con una legge di transitorietà (elemento riconosciuto paradossalmente peraltro dalla stessa legge all’articolo 5), violando il giudicato della sentenza n. 220 del 2013 della Corte costituzionale e non rispettando il normale processo come previsto  per le riforme costituzionali.

Comprendo che il Governo non avesse margini di scelta se non affidarsi a una legge pericolosamente degenerativa, per evitare nuove elezioni provinciali, che per effetto della sentenza avrebbero potuto tenersi lo scorso 25 maggio.

La legge è quindi il frutto di una corsa contro il tempo e ripresenta  gli errori già giudicati e condannati che non onora di certo il riformatore. La legge non quantifica il risparmio della spesa pubblica, se non quello misurabile per le indennità di carica pari a 104 milioni di euro circa, che corrisponde allo 0.0130 della spesa pubblica. ( un F35 costa dai 120 ai 130 milioni di euro).

La città metropolitana è prevista come ente di II° livello, pertanto non saranno i cittadini a scegliere i loro rappresentanti ma gli elettori “attivi” saranno solo i consiglieri comunali. Il sindaco della città metropolitana sarà il sindaco del capoluogo, legittimando di fatto una “discriminazione democratica” che consentirà ai cittadini di Genova città di eleggere il proprio sindaco indicando contemporaneamente il sindaco metropolitano, mentre  i cittadini dei rimanenti comuni (66) potranno eleggere il loro sindaco ma non quello metropolitano che invece  “subiranno” . Si creano così cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Dubbia la rappresentatività democratica del Consiglio metropolitano che potrebbe non corrispondere alla geografia politica genovese( non esiste nessuna garanzia per le minoranze, opposizioni). La città metropolitana così istituita è troppo “genovacentrica”: il futuro del Consiglio metropolitano e del suo sindaco dipendono direttamente da quello della città di Genova: se il Sindaco di Genova rassegna le sue dimissioni cade automaticamente anche la città metropolitana;Il Sindaco e il Consiglio metropolitano non possono essere sfiduciati da parte della Conferenza dei sindaci che non può esprimere nessun giudizio politico e indicazione amministrativa.

Per le ragioni appena espresse la conferenza dei sindaci si rivela un organo inutile. Gli organi della Città Metropolitana sono tre: Sindaco, Consiglio metropolitano e Conferenza dei sindaci. Nessun organo è eletto attraverso il suffragio universale, questa condizione  viola gli obblighi internazionali previsti dalla Carta Europea delle Autonomie, la quale prevede che almeno uno degli organi collegiali siano espressi attraverso l’elezione diretta. La Città Metropolitana. potrebbe prevedere l’elezione del sindaco, attraverso il suffragio universale solo”scorporando” il comune capoluogo in altri comuni, possibilità non concretizzabile in quanto in conflitto con i dettami della Corte dei Conti che mira più alla fusione dei comuni che ai frazionamenti per limitare la spesa pubblica”.

Questo mio intervento è stato pubblicato ieri (8 giugno 2014) come Punto di Vista sulle pagine de Il Secolo XIX

SovranitaHo estrapolato da un articolo pubblicato su La Repubblica il 26 marzo 2014 di Alessandro Pace, alcuni concetti che condivido e considero utili per comprendere la riforma elettorale in atto. Forse non appassiona un folto pubblico di lettori, ma l’applicazione della riforma elettorale interessa il nostro futuro per il quale necessiterebbe un po’ più di attenzione e meno deresponsabilizzazione. Ecco perché insisto molto su questo tema, consapevole nello stesso tempo di avere meno capacità attrattiva rispetto ad altri articoli proposti. Sulla questione della riforma elettorale non si cedere al primo pifferaio di turno, ma procedere senza disattendere la sentenza della Corte Costituzionale.

“ (…) La Corte costituzionale ha detto chiaramente, nella citata sentenza, che una legge elettorale, per essere costituzionalmente legittima, pur perseguendo l’obiettivo della stabilità e dell’efficienza del Governo, non deve però determinare una compressione della funzione rappresentativa e dell’eguale diritto di voto. Per contro il d.d.l. 1385 attualmente all’esame del Senato prevede un sistema elettorale avente una base proporzionale con una pluralità irrazionale di soglie per l’accesso dei partiti (4,5 per cento, 8 per cento, 12 per cento) che premia le coalizioni senza tener conto dell’apporto dei partiti che non superino il 4,5 per cento; prevede un premio di maggioranza che tale non è, essendo la soglia del 37 per cento troppo lontana dal 50,1 per cento (che è il valore cui commisurare la legittimità del “premio”); prevede la possibilità di ciascun candidato di presentarsi fino ad un massimo di otto collegi (un vero e proprio specchietto per gli allocchi); prevede, tra l’altro, un artificioso sistema di trasformazione dei voti in seggi che, essendo effettuato in sede nazionale, fa sì che dei voti espressi in sede locale in favore di una data lista si gioverà, in definitiva, una lista votata in una sede diversa.

In un articolo pubblicato sulle pagine di La Repubblica all’indomani del comunicato della Consulta che annunciava l’incostituzionalità del Porcellum, scrissi  che le attuali Camere, ancorché politicamente delegittimate,  ferma restando l’attività di controllo e quella legislativa “ordinaria” politicamente rilevante, avrebbero potuto impegnarsi in talune “necessarie” revisioni costituzionali (come la diminuzione del numero dei parlamentari e la revisione dell’art. 117 Cost. per ciò che riguarda le competenze legislative regionali). Non però le revisioni che avrebbero potuto modificare la forma di governo. Se infatti è discutibile – lo ammetto – che un Parlamento delegittimato possa approvare talune leggi di revisione costituzionale, come io stesso ho scritto (e me ne pento), è però assolutamente inconcepibile che un Parlamento delegittimato possa incidere sulle strutture portanti della nostra democrazia parlamentare. Per contro il Governo Renzi si appresta a presentare un disegno di legge costituzionale che elimina il Senato e lo sostituisce con un’Assemblea delle autonomie, composta da presidenti delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano, da due membri eletti dai Consigli regionali e da tre sindaci per ogni Regione.

Con ciò non voglio sostenere che il bicameralismo paritario non possa o non debba essere superato. Non però da “questo” Parlamento e in maniera così poco meditata. Non intendo entrare nel merito di tale preannunciata riforma perché ciò significherebbe in qualche modo prenderla sul serio. Ciò non di meno non posso non osservare che se l’obiettivo perseguito dal Governo Renzi è di eliminare dal bilancio dello Stato la spesa costituita dall’indennità dei 315 senatori, sarebbe preferibile ridurre a 100 il numero dei senatori e a 500 il numero dei deputati, ma mantenere l’elezione diretta dei senatori.
Quale legittimità democratica, senza l’elezione popolare, avrebbe infatti l’Assemblea delle autonomie per partecipare col suo voto all’approvazione delle leggi di revisione costituzionale? E poi, pur tenendo conto delle attribuzioni assegnate all’Assemblea delle autonomie in materia legislativa dal “nuovo” art. 70 della Costituzione, se essa, come previsto, dovrà esprimere un mero “parere” su tutti i disegni di legge approvati dalla Camera dei deputati, quanto tempo rimarrebbe ai suoi componenti per svolgere, nel contempo, anche i compiti di presidente regionale, di consigliere regionale e di sindaco? E infine, nel ridurre l’apporto della seconda Camera a mera funzione consultiva, non si dimentica che il bicameralismo “legislativo” ci ha ripetutamente salvati, e non solo nelle ultime legislature, da modifiche esiziali del nostro ordinamento?(…)”

(I limiti di un Parlamento delegittimato, Alessandro Pace, La Repubblica 26 marzo 2014)

 

 

Vignetta-di-Roberto-Mangosi-www.huffingtonpost.it_Sarò controcorrente e spero di non essere frainteso. Il problema reale sulla riforma elettorale non riguarda la questione delle quote rosa, ma tutt’altra direzione. La ragione della parità di genere, è un invenzione mediatica studiata ad arte per creare distorsione sui passaggi cruciali della riforma; e mentre il Paese discute,si divide sulle quota rosa, l’antidemocrazia, controllata dall’oligarchia occulta, avanza e assume il controllo della riforma. L’Italicum presenta gli stessi vizi del Porcellum censurati dalla sentenza della Corte Costituzionale, anzi gli estremizza senza ottenere l’opportuna attenzione.

Quale vittoria rappresenta per la partecipazione e la democrazia questa riforma voluta da Renzi? È questa la rivoluzione renziana tanto attesa per rottamare la vecchia classe dirigente che asfissiava  l’Italia?

L’Italicum è un procedimento legislativo incostituzionale e se sarà approvato definitivamente, migliaia saranno i ricorsi che non potranno non essere che accolti. Si può evitare questa inutile perdita di tempo? O invece gioca a favore di chi sta demolendo la struttura democratica-civile dello Stato Italiano?

È doveroso arrestare questo suicidio democratico, fare appello alla coscienza individuale dei parlamentari, affinché non si proceda con una pleonastica e deleteria riforma elettorale. Una nuova legge elettorale è essenziale, nessuno può affermare il contrario, questa è un’esigenza incontrovertibile, ma la si costruisca rispettando la Costituzione.

Con l’italicum il popolo sovrano sarà detronizzato e il governo del Paese sarà attribuito alla miglior minoranza. In nessuna democrazia moderna si affida la guida del governo a una minoranza; è una prevaricazione gravissima che tende a destabilizzare le Istituzioni  democratiche. In democrazia governa che vince le elezioni, chi ottiene dalle urne un mandato elettorale del 50% + 1, altrimenti si procede al ballottaggio. L’Italicum, invece, prevede l’opzione del ballottaggio solo ed esclusivamente se nessun partito o coalizione non abbia superato al primo turno la soglia del 37 % dei voti. Vi rendete conto dell’assurdità che stanno legittimando? Questa è un’operazione che appartiene ai regimi dittatoriali e non può essere condivisa dalla nostra tradizione democratica.

I sostenitori dell’Italicum lo giustificano in nome della governabilità inducendo a credere a risultati che non solo non saranno mai raggiunti, ma demoliranno i principi della libertà per i quali una generazione ha sacrificato la propria vita.

Non posso omologarmi a questo atto di forza che opprime e limita la democrazia; è in gioco il futuro democratico della nostra Nazione, se non siamo in grado di comprendere il rischio elevato che stiamo correndo allora abbiamo già subito una sconfitta.

Governo-Renzi-foto-di-gruppoSul nascente Governo Renzi non mi sono ancora pronunciato, e non desidero farlo ora. Attendo di vederlo all’opera, poi esprimerò le mie osservazioni in merito. Per ora posso dire di essere perplesso per le dinamiche che hanno portato il leader del PD a Palazzo Chigi. Non perché non sia un governo eletto direttamente dal popolo, in quanto la nostra è una repubblica parlamentare e sino a quando in Parlamento esiste una maggioranza questa ha il diritto di governare. Sono perplesso perché la maggioranza parlamentare che sostiene Renzi, un po’ più risicata rispetto alla precedente, è la stessa, la medesima che in questi mesi non è riuscita ad affrontare le urgenze di questo Paese. Mi chiedo come potrà farlo ora. Sono perplesso perché non posso di dire che sono ottimista come, del resto, non voglio affermare di essere pessimista. Posso dire di essere in questo caso attendista, vediamo come la direzione Renzi guiderà il Governo e poi mi esprimerò. E spero con tutto il cuore di poter spendere in questo caso parole positive, perché mi rincrescerebbe manifestare disappunti che potrebbero sapere di necrologio per l’Italia.

Abbiamo la necessità di uscire dalla crisi, di iniziare un percorso vero verso l’uscita del tunnel. Non è il tempo della retorica, mi auguro che gli slogan lascino lo spazio ad interventi efficaci con proposte serie e attuabili. Questo Paese deve ritrovare la fiducia in se stesso: le potenzialità non mancano.

Ogni forza politica dovrà assumersi la responsabilità, al di là dello schieramento di appartenenza, maggioranza o minoranza. Si può collaborare con intelligenza come è altrettanto auspicabile assistere ad un’opposizione concreta piuttosto che esibizionista. L’atteggiamento, con tutto rispetto, adottato dal Movimento 5 Stelle, in risposta al neo presidente del Consiglio Martteo Renzi, è squalificante e non all’altezza della situazione, figlia dell’esasperazione e dell’eccesso che non conduce da nessuna parte. La continua e ricercata politica dell’urlo dei grillini fa male alla qualità della democrazia e il comportamento adottato in Parlamento in questi giorni ha poco a che fare con il dovere istituzionale ed è troppo vicino a una triste spettacolarizzazione circense.

abolizione-province1Il trionfo dell’assurdità! Uno schiaffo alla democrazia. La politica delle riforme annunciate deflagra nel festival degli urli e del populismo imperante. A dimostrarlo è la sentenza del TAR Liguria, che ha dichiarato illegittimo il Commissariamento della Provincia di Genova, resosi indispensabile dopo la riforma delle Provincie e l’avvio alla città metropolitana. Un metodo quello inaugurato dal governo Monti, e proseguito dal suo successore, che difficilmente si può riconoscere come costituzionalmente accettabile. E ieri la sentenza del TAR Liguria ha di fatto riconosciuto il difetto anticostituzionale del procedimento “taglia- Province”. Le riforme, come l’abolizione della Provincia, devono essere portate avanti non attraverso soluzioni populiste figlie di un affanno mediatico, ma mediante un criterio di responsabilità, che è assolutamente mancato in questi anni. Ventun mesi per attendere un giudizio sulla legittimità del commissariamento della Provincia di Genova, sono troppi anche se certificano una verità che in molti non hanno voluto vedere.

Pensiamo agli atti amministrativi che sono stati decretati e alle difficoltà che in questi due anni ha dovuto provvedere il Commissario Fossati. (Disponendo tra l’altro minime risorse nella confusione delle deleghe assegnate) Pensiamo ai Comuni che sono rimasti orfani, nell’attesa della redistribuzione delle deleghe previsto nel passaggio da Provincia a città metropolitana, e alle problematicità amministrative che hanno dovuto affrontare.

La sentenza di ieri evidenzia un difetto di carattere sostanziale che non può non essere tenuto presente nel quadro programmatico delle prossime riforme. Il Governo Renzi dovrà considerare la gravità emersa grazie al giudizio del TAR Liguria, spero non attraverso futili decreti leggi ma mediante consapevolezza costituzionale.

Il ricorso accolto dal TAR ligure, apre la pista a livello nazionale su una riforma peccaminosamente anticostituzionale, su elementi che avevo già avuto modo di denunciare nella relazione Città Metropolitana: quale modello costruire per Genova.

Il tempo passa, la democrazia stuprata nel continuo mancato rispetto alla Costituzione , cede al richiamo di forze millantanti a nuove libertà che in realtà la conducono all’espropriazione del suo valore.

A pagarne direttamente le spese sono i cittadini che perdono giorno dopo giorno diritti e libertà, nell’avvento di un poter oligarchico che svilisce il significato civile di una comunità.

Auguriamoci che questo stato di crisi profonda che le istituzioni stanno vivendo possa sfociare in una ripresa della democrazia, allontanando l’instaurazione di modelli sempre meno partecipativi e sempre più totalitari.

Il tour elettorale di Walter Veltroni fa tappa a TorinoAttenzione alla “sindrome Veltroni” , le ricadute possono causare effetti ancora più nocivi se non deleteri. Il governo Letta non mi piace, e poco ha fatto per offrire un segnale nuovo e concreto. Non condivido l’ottimismo espresso dal presidente del Consiglio, guardando l’azione del suo governo e sono convinto che siamo ancora lontani per poter dire di essere alla fine di questa crisi. Sicuramente serve un’inversione di rotta, occorrono politiche più incisive per venire fuori da questa palude, ma l’impostazione che sta emergendo dal quadro nazionale mi lascia assai perplesso. La terminologia usata in questi giorni, tra “staffetta, letta bis, tris, governo di unità nazionale, nuove elezioni”, delinea un’ulteriore aspetto drammatico della nostra politica, che appare impantanata tra la disperata ricerca di un tanto atteso modernismo e  un menefreghismo totale. Invece di procedere per la realizzazione di un “Governo del fare” la tendenza è postata su un teatralismo che non solo non risolve le emergenze del Paese, ma accelera un processo distruttivo in atto. L’opinione diffusa tra la gente, che ho potuto constatare anche stamattina, verte su una sfiducia crescente verso una politica che dimostra indifferenza ai problemi comuni dei cittadini. Il popolo, recepisce una sostanziale apatia e un egoismo di protagonismo crescente della classe politica. È possibile continuare su questa strada? È possibile porre fine alla lacerazione in atto tra politica e cittadini? E ricucire un rapporto squarciato ?  Amletici dubbi che necessitano di risposte, che non possono più attendere.

Attenzione alla “sindrome Veltroni”.

Veltroni nel 2008 convinto della imminente vittoria conquistò un’amara sconfitta. Eppure l’ottimismo era assai diffuso, e non mancava anche di strafottenza. Il PD ha un enorme problema: oltre a vincere le primarie deve saper vincere le elezioni, invece di regalare continuamente il Paese a Berlusconi. Alla fine qualcuno potrebbe essere indotto a credere che il primo club “Forza Silvio” sia proprio il PD.

quirinale_3_adn-400x300Assurdo, patetico e distruttivo l’atteggiamento promosso da parte di certi gruppi politici che gridano allo scandalo, al complotto, al colpo di stato. L’accusa di impeachment al Presidente Napolitano voluta da Grillo e sostenuta da Forza Italia, altro non è che un’operazione di distrazione di massa, per distogliere l’opinione pubblica dai veri problemi. Non meno di un anno fa si obbligava Giorgio Napolitano ad accettare l’investitura del secondo mandato presidenziale, una scelta dettata dalla mancanza di numeri per assicurare al Paese un nuovo Cpo di Stato e successivamente una guida per il Governo; una crisi politica che nella tarda primavera del 2013 raggiungeva un acume gravissimo, e portò l Parlamento a chiedere un  sacrificio di responsabilità al presidente Napolitano. Forse i berlusconiani, come si poteva leggere su alcuni giornali di quei giorni, speravano di siglare il baratto della salvezza per il loro leader, altri invece constatate l’impossibilità di assicurare un nome forte per il Quirinale virano su Napolitano, dopo aver commesso diversi errori di strategia e tattica politica.

Accusare il Presidente Napolitano di colpo di stato quando si è assunto la responsabilità costituzionale, lo trovo oltre lo strumentale! La richiesta d’ impeachment è solo una boria populista che mira a devastare le istituzioni: questo è il vero colpo di stato in atto. Sentire il vile attacco della Santanchè diretto al Presidente della Repubblica, mi conferma che personalmente non ho nulla da condividere con Forza Italia.

Mi chiedo, davvero l’Italia e gli italiani sono di così corta memoria? Da credere che l’operazione Monti possa rientrare in un complotto internazionale guidato dal Presidente Napolitano ? Forse, in questa società liquida, tendiamo a perdere troppo velocemente la consistenza degli eventi storici, e il loro significato.  Ma il momento è troppo delicato per farci inghiottire da una voragine distruttiva: è l’ora di reagire,iniziando dal rispetto della memoria! Ricordando, per esempio, che Il governo Berlusconi da quasi un anno galleggiava grazie a salvagenti come Scillipoti e Razzi.

In merito alla memoria, della difficile estate del 2011,vi consiglio di leggere questo articolo di Michela Scacchioli, pubblicato oggi su La Repubblica,davvero molto interessante: Da Berlusconi a Monti, la drammatica estate 2011 tra spread e rischi di bancarotta.

casiniEra il 13 gennaio di un anno fa, quando Pierferdinando Casini, leader dell’UDC, ospite alla trasmissione “In mezz’ora” da Lucia Annunziata, affermava di essere l’ossessione di Silvio Berlusconi, con parole inequivocabili : “Sono la sua ossessione. Mi vuole uccidere, non ci riesce.Politicamente ho denunciato a tutti gli italiani che era un buffone. E che andare su quel predellino sarebbe stato semplicemente una rovina per il Paese” Ma ancora prima nel 2008 Casini rompeva l’esperienza politica nel centrodestra, e con grande coraggio denunciava un’anomalia tutta italiana. Nasceva così il manifesto per il Partito della Nazione, i cui contenuti miravano al superamento del berlusconismo, proponendo agli italiani l’uscita da un ventennio che aveva ridotto l’Italia al colasso . Lo stesso Casini non meno di un anno fa attribuiva al cavaliere le principali responsabilità per il default italiano.

Ieri mattina , sorprendendo, ma neppure troppo, Casini a poco meno di venti giorni dal congresso nazionale dell’UDC, afferma di volere ritornare nel Centro Destra, perché oramai il terzo polo è rappresentato da Grillo e il movimento di Cinque stelle. Ricevo questa sua dichiarazione come un ammissione di fallimento per un progetto che aveva lanciato ma troppe volte sacrificato a esigenze non sempre comprensibili. Sì, non possiamo nasconderci dietro un dito, e non possiamo certo condannare violentemente questa realtà, ma sarebbe un grave reato di irresponsabilità se non condividessi, ora questo mio pensiero: quando un uomo politico, di elevate responsabilità, fallisce nella conduzione del suo progetto politico, dovrebbe trarne le dirette conseguenze. I generali quando sono sconfitti in battaglia conoscono il loro momento del congedo.

Personalmente, ancora, oggi “sono un italiano non in vendita” e l’orgoglio della primavera del 2008 mi guida ancora nell’azione politica. Non posso cambiare il giudizio storico del disastro politico causato da Berlusconi. Non ci sono scusanti per tornare a un ovile dal quale siamo usciti, senza commettere nessuna blasfemia alla democrazia; anzi è da quell’atto che trae origine  la nostra resistenza.

Era il lontano 1996 quando Casini ruppe con Mastella che emigrava verso la fondazione di un nuovo soggetto politico. Casini allora segretario nazionale del CCD, convocò il movimento giovanile del partito, di cui ero una giovane recluta, e rivolgendosi a noi ci disse che non voleva degli “yes men”, e ricorrendo alla famosa favola de “I vestiti nuovi dell’imperatore” espresse il desiderio di vedere in noi l’innocenza di quel bambino, che ebbe il coraggio di dire all’imperatore che era nudo. Questo  per dirci che avrebbe voluto sempre conoscere il nostro punto di vista, e che non dovevamo nasconderci dietro la nostra ombra.  Sicuramente non posseggo l’innocenza di quel bambino, né tanto meno voglio essere così presuntuoso, ma credo che sia giusto far notare a Casini che oggi sta commettendo un grave errore.

Cliccando qui potete vedere l’affermazione di Casini a “In mezzora” , 13 gennaio 2013

e per la serie non dimentichiamoci guardate anche questo breve video di Berlusconi: “Se Monti, Fini e Casini restano fuori dal Parlamento mi ubriaco!”

SovranitaLa discussione in atto sulla riforma elettorale, obbligata e non più rinviabile anche in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale, evolve in costruzioni sempre più arzigogolate e tendenzialmente più lontane dall’effettiva volontà popolare.

Le proposte, che emergono da un dibattito sterile e condannato a salvare le pulsioni egocentriche, creano una situazione imbarazzante se non demagogica , con presupposti che fondamentalmente dimostrano di non aver ricevuto l’indicazione, se vogliamo anche subdola, contenuta nella sentenza che ha riconosciuto l’illegittimità del porcellum.

La premessa di una buona legge elettorale presuppone l’attuazione  di un processo selettivo della classe dirigente. I principi che determinano la tecnica di un modello elettorale devono rispondere a criteri volti a garantire la piena facoltà attiva dell’elettore. Introdurre meccanismi, che discriminano l’egualitarismo dell’espressione popolare del voto, conduce pericolosamente a una deriva anticostituzionale. Sostenere sistemi elettorali che propongono nella forma, palese o meno, l’emarginazione e ogni capacità di manovra del corpo elettorale, si contraddice con   l’impegno di far crescere la partecipazione democratica. La responsabilità della classe politica deve saper cogliere l’essenza costituzionale, in un impianto che regola la democrazia elettiva.

Se non emergeranno condizioni nuove ed efficacemente risolutive, la parabola discendente dell’ideale democratico che aprirà la strada  alla democrazia illusoria sarà uno sfondo sempre più reale e meno teorico.

L’Italia è passata, negli ultimi vent’anni nei tentavi riformatori, da una esasperata partitocrazia al personalismo della politica, il cui comune denominatore tende a una  forma di antiparlamentarismo strisciante e ad una negazione del valore fondante del momento elettorale.

La nuova legge elettorale deve essere un’occasione per riappropriarsi del tempo perduto, rivitalizzando il circuito della rappresentanza politica e rivalorizzando gli strumenti del “sistema elezione” nel pieno rispetto dei valori costituzionali.

L’espressione del voto non può essere ridotta all’autodeterminazione di una nuova elite oligarchica.

Il porcellum ha creato una frattura tra Paese legale e reale, con il conseguente calo vertiginoso della partecipazione e del consenso, che ha assecondato  l’esclusione politica del “demos”, favorendo il complesso della disaffezione. Non è un caso che il cosiddetto fenomeno dell’astensionismo abbia toccato nelle ultime tornate elettorali record per la democrazia italiana, sino ad oggi inimmaginabili. (nel 1976 l’astensionismo era pari al 6,6%, nel 2013 è salito al 25 % quasi, 11 milioni di persone hanno scelto di non partecipare al voto, una dato che deve indurre a una riflessione responsabile. Sotto diversi aspetti può essere considerato la prima forza politica del Paese, se si ragionasse per teoremi assurdi, avanti di questo passo, il premio di maggioranza, previsto dalla proposta Renzi potrebbe proprio aggiudicarselo il partito dell’astensionismo. Chiaramente questo mio ultimo pensiero è una provocazione.)

Siamo davanti a una lacerazione  culturale che sta depauperando il carattere semantico della democrazia; l’elaborazione di nuove leggi non può passare dalle illusioni baroccheggianti agli “ismi roccocheggianti” della politica. L’impostazione correttiva del porcellum esige non strategie alchemiche ma interventi ponderati.

Il premio di maggioranza come proposto risulta spregiudicato e favorisce l’avvento del governo della miglior minoranza, alterando di fatto il risultato elettorale.

La non cancellazione delle liste bloccate priva l’elettore della suo libero esercizio di voto, in quanto rimane vincolato a scelte determinate e blindate che non gli consentono di scegliere liberamente.

Non dimentichiamo che “ l’essenza e il valore di un sistema elettorale in un Paese democratico è rappresentato dal diritto degli elettori di scegliere essi direttamente gli eletti. Se questo viene meno , ciò che si pone in discussione non sono le forme ed i limiti dell’esercizio della sovranità poplare, ma la soggettività giuridica e politica del corpo elettorale come tale”. (G. Azzariti)

Le liste bloccate limitano la legittimazione diretta dei rappresentanti da parte del “popolo sovrano”, riducendo la rappresentanza politica ad una “crassa finzione”. Fattore caratterizzante delle cosiddette democrazie emotive.

Si tratta di uno strappo profondo dove la distanza progressiva che separa gli elettori dagli eletti, i cittadini dai partiti tende ad aumentare in una preoccupante inversione di fattori.