pasoliniRagionando sugli eventi che stanno caratterizzando il nostro tempo, ritengo opportuno pubblicare un articolo scritto da Pier Paolo Pasolini nell’estate del 1975, per la  evidente e alquanto sconcertante attualità.

L’analisi che compie Pasolini denunciando la decadenza della cultura, società e politica italiana contiene una profezia estremamente puntuale quanto scomoda.

Preciso che ho volutamente estrapolato la parte che ho trovato coniugabile con la situazione odierna, eliminando i protagonisti e soggetti politici “processati” da Pasolini,per  rendere più pulita se mi concedete questa licenza, la trasposizione ai giorni nostri.

A distanza di quarant’anni, il pensiero e l’invettiva contenuti in questo articolo appaiono come una descrizione reale della situazione italiana.

Si grida e si agisce in nome e in virtù di una modernizzazione dello Stato, cavalcando attraverso una manipolazione populista l’opinione pubblica.

Si compie così quella diacronia storica, per cui nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più cause reali del Paese.

La riforma elettorale, sia  l’italicum sia  la recentissima proposta di legge regionale,sono un esempio di questa deflagrazione “istituzionale”.

 

Non commento oltre, lascio a voi questo onore, per quanto mi riguarda, mi ritrovo nelle parole che qui seguono.

 

“(…)    Ora, quando si saprà, o, meglio, si dirà, tutta intera la verità del potere di questi anni, sarà chiara anche la follia dei commentatori politici italiani e delle élites colte italiane. E quindi la loro omertà. 

     Del resto tale «verità del potere» è già nota, ma è nota come è nota la «realtà del Paese»: è nota cioè attraverso un’interpretazione che «divide i fenomeni», e attraverso la decisione irrevocabile, nelle coscienze di tutti, di non concatenarli. 

     Non praticare più la «divisione dei fenomeni», rendendoli, così, logici in un tutto unico, significherebbe rompere – e certo pericolosamente – una continuità. (…)

… mai la distanza tra il potere (quello che in un articolo di varietà ho chiamato il «Palazzo») e il Paese è stata più grande. Si tratta (dicevo) di una vera e propria diacronia storica: per cui nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più cause reali nel Paese. La meccanica delle decisioni politiche del Palazzo è come impazzita: essa obbedisce a regole la cui «anima» (Moro) è morta. 

     Ma c’è di più, come accennavo. I fenomeni (impazziti e marcescenti) del Palazzo avvengono in comparti stagni, ognuno, si direbbe, dentro l’invalicabile area di potere di uno degli appartenenti alla mafia oligarchica, che, provenuta dal fondo della provincia più ignorante, governa da qualche decennio l’Italia.  (…)

     Nel tempo stesso, fuori dal Palazzo, un Paese di cinquanta milioni di abitanti sta subendo la più profonda mutazione culturale della sua storia (coincidendo con la sua prima vera unificazione): mutazione che, per ora, lo degrada e lo deturpa. Ma anche qui le nostre coscienze di osservatori si sono macchiate dell’imperdonabile colpa di avere, come dicevo, «separato i fenomeni» di tale degradazione e deterioramento: di non averne mai osato abbracciare con un solo sguardo l’Insieme.  (…)

     Dunque, … ciò che succede nel Palazzo e ciò che succede nel Paese sono due realtà separate, le cui coincidenze sono solo meccaniche o formali: ognuna in effetti va per conto suo; … in queste due diverse realtà, la stessa diacronia che le separa si ripete nei fenomeni che avvengono nel loro interno. 

     La causa prima di tale separazione tra il Palazzo e il Paese, e della conseguente separazione dei fenomeni all’interno del Palazzo e del Paese, consiste nella radicale mutazione del «modo di produzione» (enorme quantità, transnazionalità, funzione edonistica): il nuovo potere reale che ne è nato ha scavalcato gli uomini che fino a quel momento avevano servito il vecchio potere clerico-fascista, lasciandoli soli a fare i buffoni nel Palazzo, e si è gettato nel Paese a compiere «anticipatamente» i suoi genocidi.  (…) 

     Nel meccanismo (Palazzo, Paese, Nuovo Potere) che … ho descritto, intervengono anche altre forze: …[1] che da tale meccanica sarebbero libere. E sarebbero libere precisamente perché la loro interpretazione della realtà dovrebbe essere culturale e non pragmatica: politicizzando il tutto, se ne dovrebbe vedere l’insieme: e quindi il principio: per cui si potrebbe, appunto, ricomincare. 

     Perché allora …[2] sospendono ogni forma, sia pur timida, di interpretazione dell’Insieme, adeguandosi anch’essi alla regola prima cui si attengono tutti gli osservatori politici italiani, di ogni classe e partito, la regola cioè di intervenire solo fenomeno per fenomeno? 

     Le ipotesi sono due: 

     I) … non possiedono più una interpretazione culturale della realtà, essendosi ormai identificati, nel pragma e nel buon senso, con la Dc: accettazione dello Sviluppo, con quanto di democratico, tollerante, progressista esso (falsamente, io sostengo) comporta(…)

     II) … possiedono invece, ancora, la loro visione ormai classica di interpretazione «altra» della realtà, ma non ne fanno uso. E non ne fanno uso perché, se ne facessero uso, essi dovrebbero ricorrere, logicamente, a soluzioni estreme. 

     E quali sarebbero queste soluzioni estreme? Forse quelle degli estremisti? 

… tali soluzioni estreme si manterrebbero nell’ambito della Costituzione e del parlamentarismo: anzi, sarebbero – secondo uno stile semmai di carattere radicale – l’esaltazione della Costituzione e del parlamentarismo. 

     In conclusione, … dovrebbero per prima cosa (se vale questa ipotesi) giungere ad un processo … (di) questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci)   (…)

E quivi … di una quantità sterminata di reati (…): indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia,( …) distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell‘esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori. 

     Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni[3]… o la moralità[4] … non servono a nulla.”

«Il Mondo», 28 agosto 1975

Pier Paolo Pasolini

 

 

[1] Paolini si riferiva al PSI e al PCI

[2] PSI e PCI

[3] democristiani (Moro, Zaccagnini)

[4] dei comunisti

Annunci