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La situazione economica, politica e sociale del continente europeo è drammatica: le scelte governative sembrano sempre più inadeguate ai crescenti problemi economici e al diffuso malcontento. L’euro entra in crisi e con effetto domino trascina verso l baratro tutta l’Europa, che appare affannata nella programmazione di un futuro. Quasi un incantesimo stregato, sulla vecchia e stanca Europa che subisce passivamente il peso del tempo. Una condizione che in realtà gli europei hanno già sperimentato, e con rammarico è il caso di dire: la storia poco insegna e il valzer degli errori continua a suonare per trascinare in nuovi tragici balli, che dovremmo evitare. Eppure il sistema appare stanco, inetto e apatico.

Ha ragione Barbara Spinelli che nel suo editoriale di oggi pubblicato su La Repubblica, propone un’analisi obiettiva e molto interessante che vi invito a leggere.  I sonnambuli dell’Europa, così la Spinelli guarda agli europei di cento anni fa; 1914 – 2014 un secolo che ha profondamente modificato il quadro politico e storico del continente europeo, ma anche se le condizioni sono differenti alcuni elementi sembrano riproporsi annunciando un futuro non limpido. Il 1914 esplode sfociando nella prima guerra mondiale o quella che sarà conosciuta come l’epoca della Grande guerra; la psicologia dell’epoca, il torbido, la paura, la diffidenza, perdita di credibilità delle classi dirigenti e l’avvento dei sistemi totalitari possono essere considerati sembrare elementi consegnati all’onore della storia, ma se guardiamo con più lucida attenzione troveremmo in quei fatti errori che la storia dovrebbe insegnarci a non ripetere. Per il resto queste righe sono solo un’introduzione all’articolo della Spinelli che condivido totalmente.

Come ho già avuto modo di dire Io stasera ascolterò il discorso del Presidente Giorgio Napolitano, nel pieno rispetto  delle Istituzioni e soprattutto dell’operato del Quirinale. Non posso stare in silenzio ad assistere mentre un fuoco barbaro e ingiurioso continua ad abbattersi sul Presidente della Repubblica: mi dissocio con “vibrante” convinzione dall’insulto volgare e offensivo che ha dominato la rete. Non si può tacere. Sono un semplice cittadino italiano che ringrazia il Presidente Napolitano per il suo lavoro sempre vigile e condizionato nel totale rispetto della Costituzione. Non attendo questa sera per valutare il ruolo di questa presidenza in un clima sempre più demagogico e irresponsabile. Il presidente Napolitano è un faro nella notte buia della democrazia italiana, far finta di niente, star zitti senza denunciare l’avvento pericoloso che insidia la vita democratica del nostro Paese lo trovo un atteggiamento da irresponsabile. Ripeto non sono nessuno, un semplice cittadino.

napolitanoA chi non condivide la politica del presidente, dico è democraticamente giusto esporre le proprie idee, ma è cosa ben differente dagli insulti volgari che ho avuto modo di leggere in questi giorni sui vari social network. Non esiste l’infallibilità del Presidente della Repubblica, il suo esercizio non è un dogma: è un uomo come gli altri che durante le sue funzioni può anche sbagliare, ma ben lontano dalle accuse sollevate in questi giorni. Trovo, per queste ragioni, assurdo inidirizzare imputazioni di enpeachement a Giorgio Napolitano, chi lo fa evidentemente agisce nella piena strumentalizzazione destoricizzante e demistificatoria sottovalutando l’effetto delle conseguenze. Fare politica significa non soddisfare la preponderanza dell’ego ma l’interesse generale di una comunità. Seguire il discorso del Capo dello Stato è una libertà e non un obbligo grazie a Dio, come del resto rimane una libertà altre tipologie di scelta. Prima di tutto, però, il rispetto degli altri: non mi convince, lo ripeto, chi insulta con troppa facilità l’avversario politico: la storia insegna che quando la politica scivola nell’urlo, nella discriminazione, nella ricerca assennata degli untori vuol dire che siamo vicini a un pericoloso anticamera. E le condizioni storiche di questo periodo, nell’esame complessivo, non mi possono distrarre da questa preoccupante considerazione.

La richiesta di impeachement per il Presidente Napolitano è infondata, ridicola e assurda. La messa in stato di accusa per un Capo di Stato la si richiede per alto tradimento, e allora dov’è l’altro tradimento ? Semplice non esiste. E occorre con fermezza etica evidenziarlo nella febbricitante follia di questi giorni. “È l’ennesima conferma della caduta morale della cultura politica di massa che c’è stata negli ultimi trent’anni, da cui discende la crisi nel quale ci dibattiamo”(Emanuele Mancaluso).

Il presidente Giorgio Napolitano ha operato sino ad oggi  in qualità di garante del sistema politico costituzionale; nel discorso del suo insediamento ha legato il suo secondo mandato a  fondamentali condizioni: riscrivere la legge elettorale,riformare il Senato e avviare una vera riforma strutturale dello Stato. Quell’impegno pronunciato ha raccolto l’applauso di  Montecitorio, anche da forze politiche che oggi in piena campagna elettorale seguono l’indice della demagogia.

Non ci sto, quindi, a questo gioco al massacro inaugurato da leader sempre più solitari ma incoscienti nell’esercizio delle loro responsabilità politiche. E se dalla repubblica delle banane qualcuno vuole celebrare quella di Zelig, vige l’obbligo sostenere l’ora della moralità.

Un semplicissimo piatto che può essere servito sia per accompagnare un aperitivo, sia come apri antipasto. Pochi ingredienti, scegliamo chiaramente una buona qualità e i vostri commensali saranno soddisfatti.Fagottini

Cosa ci serve

–       Prugne di California (quelle essiccate vanno benissimo)

–       Lardo di Colonnata

–       Pasta sfoglia

–       Come vini possiamo abbinare spumanti, champagne o vini bianchi profumati

Come Procedere

Prendete una prugna California, possibilmente snocciolata per evitare sgradevoli incedenti ai vostri ospiti, fasciatela in una fettina di lardo di Colonnata.

Ricavate dalla pasta sfoglia piccoli quadrati, posate le prugne fasciate nel lardo una in ogni quadrato. Chiudete formando dei fagottini, spennellate con del rosso d’uovo sbattuto. Infornate e cuocete in forno per 12 minuti a una temperatura di 210 g.

Servite caldi

La sera del 31 dicembre, la sera di San Silvestro, ascolterò come è mia abitudine il discorso del Presidente della Repubblica. Trovo stucchevole l’escalation di questi giorni che invita a boicottare questo tradizionale appuntamento, giocando in realtà allo sfascio delle Istituzioni. Sì perché chi alimenta in questi giorni il tenore polemico verso la Presidenza della Repubblica, agisce solo strumentalizzando la crisi senza proporre una soluzione generale e concreta. È più facile individuare un nemico e indirizzare su di lui tutte le colpe, governando così il popolo della protesta e della disperazione. La provocazione di Grillo è sterile quanto offensiva;  non posso accettare i suoi giudizi meschini e le accuse gratuite verso il presidente Giorgio Napolitano. La marcia di Grillo contro Napolitano è una dichiarazione di guerra alle Istituzioni e alla democrazia. Per questo motivo trovo ignobile tacere, in questo marasma dove tutti giocano alla accusa e alla distruzione. È altrettanto deprecabile l’atteggiamento di Silvio Berlusoni disposto a sacrificare gli interessi del Paese per salvare se stesso. Più che il ritorno di Forza Italia, si tratta invero di un assurdo estremismo dell’apologia personale.giorgio_napolitano_discorso_fine_anno_2010

La rielezione di Giorgio Napolitano è avvenuta dopo il risultato delle elezioni politiche: un risultato che ha consegnato all’Italia l’ingovernabilità e ha costretto al ricorso delle “larghe intese”. Và ricordato che il Parlamento non riuscì a trovare un accordo sull’elezione per il nuovo presidente della Repubblica e fu chiesto a Napolitano di accettare la sua rielezione, in un momento così difficile. Fu richiamato il grande senso di responsabilità, fu fatto appello perche Napolitano non rinunciasse a questo obbligo che gli veniva imposto da un Parlamento non sufficientemente in grado di proporre alternative sostenibili. Napolitano veniva osannato come il salvatore della patria (Re Giorgio). Movimento cinque stelle a parte. Si tirò in ballo nella primavera 2013  il presidente uscente come unico garante e collante di un Paese sull’orlo del declino; si tira in gioco oggi nuovamente il presidente per la continua incapacità di una classe politica  di andare oltre la cultura dell’odio e delll’urlo. Ma liberarsi di un ventennio che ha segnato profondamente gli usi e i costumi degli italiani non è cosa immediata e altrettanto facile. Risulta così molto più semplice rincorrere il malcontento diffuso, creando il mito distruttivo di un colpevole. Si ritorna così alla politica dell’inquisizione, condannando in nome dell’assurdità che sembra avere la meglio.  

Aumenta la disoccupazione giovanile, la questione del lavoro è un’urgenza nazionale e l’opposizione cosa propone? L’inpeachement. Dopo aver costretto Napolitano ad assumersi responsabilità per il salvaguardia della democrazia, ora lo si soggetta a un’invettiva inconsistente. Se il Parlamento latita ( e in questi anni il Parlamento è stato più assente che presente) perché evidentemente preferisce la piazza reale e virtuale, non si accusi il Presidente della Repubblica ma semmai si proponga un serio esame di coscienza.  L’inpeachement  dei berlusconiani e dei grillini nascono da ragioni diverse, ma entrambi minano l’architettura della democrazia. Berlusconi usa l’impeachement come strumento di ricatto: o la grazia o la testa di Napolitano; Grillo invece lo propone come ennesimo urlo, per richiamare l’attenzione dei delusi, dei disperati magari anche in funzione delle imminenti elezioni europee, dove il risultato che interessa non è l’interesse di un progetto politico ma la conquista di una percentuale maggiore rispetto agli altri.

La sera di San Silvestro non spegnerò il televisore, ne tanto meno ascolterò il teatralismo tragicomico dell’irresponsabilità, ma mi sintonizzerò per sentire il discorso di Giorgio Napolitano, che potrò condividere come no, ma che offrirà comunque lo spazio per un confronto basato non sulla natura polemica ma costruttiva che serve per rilanciare il nostro Paese.

La caccia alle streghe con la strage dei sospetti non serve alla salute della democrazia, ma rischia di essere l’elemento fecondo per l’avvento di una nuova dittatura.

Chi mi conosce sa quanto io ami leggere e divorare i libri. Un morbo piacevole dal quale non desidero assolutamente guarire. Le mie letture sono arzigogolate, varie e differenti: un modo per accrescere la mia conoscenza. La letteratura è una testimonianza della società: racconta il passato, fotografa il presente e annuncia i tempi nuovi. La letteratura mette a nudo il lato umano delle cose, denuncia le contraddizioni e custodisce intimamente i lati oscuri dell’essere, ma sa anche scandalizzare sia  quando sostiene la verità sia quando è proposta attraverso toni volgari, anticonformisti e rivoluzionari. La letteratura è una forma unica di vita e di evoluzione che aiuta ad abbracciare le rivelazioni della nostra storia. Non cogliere la sua straordinaria energia significa abbandonarsi al potere oscuro dell’apatia, che silenziosamente demolisce la potenza della parola che si esprime sia per la forma orale sia per quella scritta. La letteratura è una fonte primordiale, perché nello sviluppo della storia dell’umanità ci dice da veniamo, chi siamo e dove andiamo. Ha un valore cosmico quanto soggettivo.Libro

Ogni autore che leggo elargisce motivi di crescita personale, che va dalla conquista di nuovi orizzonti  alla maturazione di una ragione sempre più forte nel domino dei pensieri.

Quante volte dico a me stesso, leggendo opere meritevoli, come mi piacerebbe aver conosciuto o conoscere l’autore di questo libro, magari semplicemente per ringraziarlo o anche per iniziare un dialogo. Condividere con lui alcune riflessioni, alcune deduzioni. Attraverso le pagine di un libro comprendi la natura dello scrittore, ma evidenzi anche la tua personale realtà. Un romanzo, un’opera vive per differenti motivi esistenziali: sicuramente per l’idea del suo creatore, ma pensiamo anche a quante altre ragioni si sviluppano soggettivamente nel lettore. Può capitare di trovarsi all’unisono dello scrittore stesso, ma un racconto, le sue parole, per come si sciolgono acquistano una potenza che rivela aspetti differenti in ognuno dei lettori. Se l’autore intende attraverso una storia liberarsi di stati personali rendendoli pubblici mettendo a nudo il suo ego, esiste un’ulteriore libertà di chi legge che prende forma attraverso ricordi,riflessioni, desideri. Un libro oltre che a raccontare una storia, racconta a noi stessi chi siamo. Sono le emozioni che nascono dalla lettura che ci aiutano comprendere l’universalità di un’opera. Sono le pagine macchiate di inchiostro e di parole, che ci proiettano verso nuove dimensioni: un illusione che ci avvicina sensibilmente alla conquista della verità, che può, naturalmente,  solo rimanere percettibile.

Natale-38Per gli auguri di Natale scelgo quest’anno i versi di una poesia semplice e umile ma ricca di un significato che vi invito a cogliere. Ed è questo il mio messaggio che affido e rivolgo alle persone che amo e conosco. Queste parole scritte da Gianni Rodari, poeta che studiai durante le elementari, raccolgono una verità unica nella sua definizione. Il Natale sembra richiamare il lato buono delle cose, e questo fatto diventa eccezionale quando invero l’esclusività di questo giorno potremmo diffonderla per tutto l’anno. I sogni, i desideri, gli auguri che inoltriamo alle persone care o agli amici, appaiono relegati a questo giorno sacro e particolare; ma credo che dovremmo essere capaci di diffondere “questo essere più buoni” nella normalità del nostro quotidiano, senza togliere nulla al Natale.

Ecco, come dicevo all’inizio di queste poche righe, il mio augurio di Natale è questo: cerchiamo di accogliere e diffondere questo clima nel nostro essere con noi stessi ma soprattutto con il nostro prossimo.

Buon Santo Natale

 

 

Lo zampognaro
Se comandasse lo zampognaro
Che scende per il viale,
sai che cosa direbbe
il giorno di Natale? “Voglio che in ogni casa
spunti dal pavimento
un albero fiorito
di stelle d’oro e d’argento”. Se comandasse il passero
Che sulla neve zampetta,
sai che cosa direbbe
con la voce che cinguetta?
“Voglio che i bimbi trovino,
quando il lume sarà acceso
tutti i doni sognati
più uno, per buon peso”. Se comandasse il pastore
Del presepe di cartone
Sai che legge farebbe
Firmandola col lungo bastone? “Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallino”. Sapete che cosa vi dico
Io che non comando niente?
Tutte queste belle cose
Accadranno facilmente; se ci diamo la mano
i miracoli si faranno
e il giorno di Natale
durerà tutto l’anno. (Gianni Rodari)

La settimana scorsa i Comuni della Provincia di Genova sono stati convocati in una riunione per evidenziare lo stato attuale di ATP, con le relative problematiche e soluzioni da adottare.

Sulle criticità dell’azienda di trasporto pubblico, che serve anche il Comune di Sant’Olcese, nessuna sorpresa, il quadro “patologico” in cui versa ATP purtroppo già lo conoscevo e nessuna meraviglia anche sul prospetto delle soluzioni abbozzate; proposte, che per essere sincero e obbiettivo, sono poco chiare nella loro definizione e lasciano intravvedere un futuro non proprio roseo.ATPfoto

Sulle difficoltà che ATP sta attraversando ci confrontiamo da anni   e ciò che oggi deve  emergere in modo chiaro è il quadro reale e il rispettivo piano d’intervento: occorre da una parte assicurare il servizio di trasporto pubblico per i nostri cittadini, e dall’altra  salvare il posto di lavoro ai dipendenti che sono sottoposti a un sacrificio senza precedenti.

La situazione è preoccupante, se non tragica, se non drammatica. È vero, come ho avuto modo di dire in diverse occasioni, che il trasporto pubblico locale è entrato in crisi per tre motivi principali: 1) riduzione ogni anno del Fondo Nazionale per il TPL; 2) aumento spropositato del carburante, soprattutto per le accise aggiunte; 3) aumento delle assicurazioni per le aziende di TPL. È altrettanto vero, però, che i piani industriali, adottati anche con criterio di urgenza, non hanno funzionato e che probabilmente sono stati commessi errori gestionali, forse anche gravi. Questo lo affermo grazie anche alle notizie che emergono dalle pagine dei giornali, dove affiorano situazioni sotto certi aspetti scandalose, sulle quali è doveroso intervenire con un’inchiesta, perché considero opportuno che i comuni sappiano come sono stati utilizzati i soldi che hanno messo come quota di compartecipazione. Non vorremo mai che le risorse economiche che abbiamo assicurato per salvare il TPL, fossero state utilizzate per altre ragioni.

Per salvare ATP verrà presentato un nuovo piano industriale, introducendo nuovi sacrifici per i Comuni e i cittadini: ci verrà chiesto, per esempio,  un ulteriore aumento (abbozzato al 10 %) nella quota di compartecipazione all’accordo di programma.

Rendo noto, come del resto ho avuto modo di affermare intervenendo nella riunione dell’11 dicembre, che ho affermato che il comune di Sant’Olcese non si sottrarrà alle proprie responsabilità, che nell’ambito delle proprie competenze farà oltre il possibile per salvare il servizio di trasporto, ma ponendo determinate condizioni. Non siamo più disponibili a firmare in bianco la nostra fiducia, i nostri crediti sono esauriti. Firmeremo l’accordo di programma solo dopo aver visionato il nuovo piano industriale e dopo aver visto i bilanci amministrativi di questi ultimi anni: vogliamo vederci chiaro, il tempo delle parole che sposano promesse è terminato. E firmeremo solo davanti a garanzie che non penalizzino ulteriormente gli utenti, con una nuova razionalizzazione delle corse e un nuovo aumento dei titoli di viaggio. Soluzioni tra l’altro che si sono dimostrare inefficaci, già nell’adozione dei precedenti piani industriali. Senza queste condizioni non condivideremo atti di presunta irresponsabilità.

finanziamento-pubblico-ai-partiti_650x250Per salvare l’Italia e l’Europa occorre abbandonare la rincorsa al populismo che dilaga, in maniera incontrastata, senza incontrare proposte che possano essere considerate degne avversarie. Non passa giorno, senza qualcuno che cavalchi il populismo di turno. Questa folle, isterica spinta rischia di portare la democrazia a una deriva pericolosa, dove lo scempio dell’inadeguatezza rischia di lasciare lo spazio  al dominio degli estremismi. L’Italia ha conosciuto il prezzo salato della dittatura e l’Europa è troppo matura per non ricordare  gli effetti devastanti  prodotti dal  “secolo breve”. Eppure il disagio popolare cresce quotidianamente nell’indifferenza, nell’inettitudine delle classi dirigenti che oramai si muovono solo pro domo sua. La politica sotto assedio dall’avvento dell’antipolitica non reagisce se non attraverso un teatralismo empio e,  l’anarchia dell’irresponsabilità avanza come un magma che lentamente risucchia il risultato di lotte, di conquiste, di diritti e di doveri che la storia ci ha consegnato e noi indegnamente non solo non la riceviamo ma non ne siamo degni di difenderla e pronti a trasmetterla .

Oggi il valore è attribuito agli urlatori, a coloro che insultano, a coloro che in nome della democrazia promuovono una politica degli slogan, a coloro che  hanno ridotto le Istituzioni  a luoghi di scambio, di fiere di mercato, dove il fine dell’offerta politica è ridotto alle leggi del desiderio della domanda, senza interrogarsi su quali siano le soluzioni più giuste e migliori per il futuro della civiltà. È l’ora di dire basta, non seguendo la logica del populismo ma della consapevolezza. Perché se a prevalere saranno le dinamiche populiste si innescherà un implosione della democrazia: e chi avrà combattuto credendo di servire le leggi della democrazia , sarà in realtà complice della fine di un processo democratico di massa, inaugurando la democrazia elitaria.

Sono sincero e rischio anche di essere antipopolare, ma è giusto dare libero sfogo alle proprie idee, ed è quello  che sto facendo. Considero sbagliato e pericoloso gridare all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Sì è vero un referendum è stato aggirato,com’è altrettanto vero che una classe politica ha lucrato in maniera ignobile. Credo però che la salute della democrazia abbia dei costi da sostenere. Il problema reale è che nella storia della Repubblica italiana , nessuno ha mai perseguito il progetto di una legge che riconoscesse personalità giuridica ai partiti, legalizzando di fatto un sistema che ha finito per svilire il significato della partecipazione democratica . Per dirlo in parole povere non è mai stata fatta una legge che riconoscesse un finanziamento pubblico ai partiti e nello stesso tempo prevedesse una rendicontazione pubblica come avviene per le aziende. Questo perché i partiti non hanno personalità giuridica e non sono soggetti a questo tipo di obbligo. Oggi vogliono farci credere che per eliminare i furboni e i ladroni serve abolire la legge del finanziamento pubblico ai partiti. Questo principio è falso e tendenzioso. Perché i ladri  e i disonesti continueranno a proliferare, magari servi di altri poteri che continueranno a rimanere nelle sale regia. E ancora più grave è far credere che per estirpare tutti i mali della politica occorre passare per questa scelta. Non mi piace quando, davanti al disagio crescente, si tende a manipolare la coscienza democratica. Cosa faremo quando verrà a mancare la finanza pubblica nella politica ed esisterà solo quella privata? Che deciderà chi sostenere? E quali politiche adottare magari togliendo il diritto a una rappresentanza che non avrà nessun sostenitore economico? Cosa faremo quando l’oligarchia avrà occupato la democrazia in nome della democrazia ? E’ giusto porre dei freni, arrestare un modello che ha dimostrato essere inadeguato e dispendioso, ma come si dice in questi casi non si può buttare via il bambino con l’acqua sporca. Prestiamo la massima attenzione, vigiliamo senza scivolare in scelte che potrebbero delineare futuri oscuri. La democrazia deve essere accessibile a tutti, anche a chi non possiede i mezzi ma offre il proprio contributo con le idee. Stiamo attenti a non commettere errori, perché la storia insegna , la scelta democratica può essere strumentalizzata: Gesù o Barabba ? fu chiesto al popolo. L’esito lo conosciamo tutti.

La posta in gioco oggi è grande, la questione è essenziale: chi serve la democrazia e chi se ne serve. Le circostanze storiche mutano, e oggi sono possibili nuovi camuffamenti. “Tutti possono rendere omaggio alla democrazia-parola, ma concepire la cosa molto diversamente”.

Oggi, in questa domenica ho sentito molti commenti provenienti dai diversi schieramenti, mi sembrano usciti “dal discorso della corona” del Ventre di Parigi di Emile Zolà. Il popolo ha fame ed è disperato e l’imperatore non se ne cura. Oggi lì imperatore è la politica.

L’accesso alla cultura non può essere un privilegio: deve rimanere una porta sempre aperta . L.’articolo 9 della Costituzione, spesso non considerato e non osservato con la dovuta attenzione nel percorso formativo della persona e della sua libertà,  pone tra i principi fondamentali lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica- tecnica e la tutela e salvaguardia del patrimonio storico, artistico, ed ambientale. In nessun’altra costituzione occidentale troviamo questo importante riscontro che identifica la contemporaneità della Costituzione del ‘48 e la lungimiranza dei costituenti che hanno voluto indicare in questo articolo valori e diritti essenziali nella promozione dello sviluppo non solo sociale e culturale della comunità, ma anche economico, che assume un particolare significato in una società post-industriale ed globalizzata in cui viviamo.Archivolto piccolo

L’articolo 9 sancisce l’importanza delle attività culturali nel corso della storia come patrimonio della nazione e definisce i presupposti affinché l’attività culturale, attraverso la sua promozione da parte della Repubblica continui a produrre ed ampliare questo patrimonio culturale: un valore etico irrinunciabile nel processo di una identità della persona e di senso di appartenenza ad una nazione.

Come ha avuto modo di dire il Presidente della Repubblica “la cultura e il patrimonio artistico devono essere gestiti bene perché siano effettivamente a disposizione di tutti, oggi e domani per tutte le generazioni.”

Purtroppo l’Italia pur riconoscendo questo dettato costituzionale risulta essere tra gli ultimi Paesi Europei in termini di spesa per la cultura. Una fotografia triste di un declino visibile in tutto il mondo, quando tutto il mondo invidia e ammira la ricchezza del patrimonio culturale italiano.

È dovere morale e etico delle istituzioni intervenire per promuovere le attività culturali e fronteggiare la crisi che colpisce il settore.

È responsabilità delle istituzioni locali agire per evitare la chiusura del Teatro dell’Archivolto, una realtà unica nella sua produzione artistica, un punto di riferimento culturale, sociale ed economico nel cuore di Sampierdarena; la sua chiusura segnerebbe una grave ferita sia per i dipendenti che rimarrebbero senza un posto di lavoro, sia per il patrimonio culturale che verrebbe a privarsi di una ricchezza e una espressione artistica, sia per gli effetti negativi che subirebbe l’indotto circostante il teatro e il conseguente avanzamento della microcriminalità che troverebbe appetitoso il nuovo spazio.

Oltre 60.000 spettatori in un anno segnano la vitalità di questa importante voce teatrale, che ospita nella programmazione nomi di prestigio nazionale e internazionale.

Il Teatro dell’Archivolto appartiene al patrimonio culturale non solo di Genova, risponde in pieno ai valori etici conservati nell’articolo 9 della Costituzione, pertanto difendere, tutelare e promuovere la sua attività appare una missione costituzionale dalla quale nessuno deve esimersi.

Faccio un appello alla Regione Liguria, a fronte anche della recente Legge Bray,perché intervenga con un’iniziativa forte nella ricerca di  nuove risorse e, di non fermarsi solo al problema del reperimento di fondi ma di promuovere un’azione che sul piano nazionale inauguri un processo legislativo volto a valorizzare l’intervento dei privati nella gestione e compartecipazione del settore culturale, affinché questo patrimonio artistico continui ad essere a disposizione di tutti, oggi e domani per tutte le generazioni.

Per me vale la regola:  del due non più uno.

Credo sia giusto fare un po’ di chiarezza e, rendere pubblico un’idea  emersa  molto tempo fa e che, dopo una lunga riflessione, mi ha portato a una scelta che considero definitiva.

Nella prossima primavera i nostri cittadini di Sant’Olcese saranno chiamati rinnovare il Consiglio Comunale, per scegliere il nuovo Sindaco e l’amministrazione che dovrà guidare la prossima legislatura.

Questo appuntamento, importante per la salute della democrazia, mi porta a dire oggi con estrema serenità di causa, che  i prossimi mesi saranno impegnativi più che mai, perché cercherò di concludere nel miglior modo possibile il mio mandato di assessore. Mi adopererò per lasciare una buona eredità, per lasciare a questo territorio qualcosa di utile anche dopo il mio operato: guardare al futuro nella speranza che ciò che tu hai iniziato possa e potrà continuare, raccogliendo benefici, è motivo di ispirazione perpetua. foto-tovo3.jpgUn politico non può fermarsi a dinamiche individualiste, ritenendo che il suo esercizio debba procedere esclusivamente ad un ruolo che lo veda sempre come protagonista; ma deve essere lungimirante confidando che il frutto di certe iniziative o provvedimenti potranno essere raccolti e proseguiti dal suo successore. Altre forme di pensiero, in merito, non mi appartengono. In questi anni, non so se ci sono riuscito, ho cercato di lavorare nell’interesse superiore del territorio, ho tentato di essere l’assessore di Sant’Olcese e non solo l’espressione di una maggioranza: con questa determinazione mi preoccupo anche che alcuni lavori possano continuare, crescere anche dopo di me.

L’enucleazione di questo intendimento è dovuta alla consapevolezza che  questo incarico segna una scadenza importante: l’ esaurimento del mandato istituzionale. Con le elezioni del 2014 termina, per me, l’esperienza amministrativa. Non mi presenterò, infatti, al nuovo appuntamento elettorale.

Ringrazio tutti coloro che in questi anni mi hanno sostenuto, e che mi invitavano ad assumere posizioni più impegnative rispetto a quella esercitata. Ringrazio le forze politiche come le persone che negli ultimi mesi hanno cercato di convincermi a tornare indietro su questa decisione, offrendomi anche la candidatura a sindaco, un’attestazione di fiducia e stima che ho gradito. Grazie per averci pensato e grazie per avermelo proposto, ma è giusto che io mi fermi qui. Essere sindaco è una responsabilità e un onore che avrei voluto assumere, non posso nascondere che la tentazione fosse forte, ma quando si ricoprono incarichi politici di partito, occorre meditare e saper discernere nel processo delle scelte. Il 2 dicembre del 2011 sono stato eletto segretario cittadino dell’UDC a Genova, un incarico che mi ha chiamato a una grande responsabilità, e che tutt’oggi svolgo. In questi anni ho voluto dare un’impostazione e una linea politica, che guardassero alle esigenze della città, sostenendo proposte e principi. Tra i principi che ho voluto adottare nella conduzione politica del partito cittadino un posto particolare è stato assunto dall’introduzione del limite di mandato elettorale. Sono convinto che dopo due, massimo tre, mandati elettorali consecutivi, nell’ambito di un’istituzione, occorra porre un limite per consentire il cambio generazionale tanto predicato ma difficilmente raggiunto. Nell’estate del 2011 avevo lanciato un appello ai vertici nazionali dell’UDC, per una riforma della legge elettorale attraverso l’istituto della legge popolare, chiedendo che fosse previsto il limite di mandato parlamentare, con la formula “due più uno” per casi eccezionali. Appello che cadde nel vuoto.

Ora tocca a me osservare questo principio. Sono alla fine del mio secondo mandato, uno all’opposizione e uno in maggioranza. Potrei scegliere la facoltà del terzo mandato, ovvero l’eccezionalità, e tentare la terza candidatura. Preferisco, invece, prestar fede al principio del limite che ho voluto come caposaldo della mia segreteria politica. Che esempio darei se non fossi io ad osservarlo? Dopo averlo più volte richiamato, anche mediaticamente? Qualcuno mi ha detto che questa imposizione vale solo per le grandi Istituzioni: “Sant’Olcese è un piccolo Comune, candidati perché il limite di mandato qui non vale”. Rispondo che non è possibile: se alle regole iniziamo a porre le eccezioni, si finisce per svilire la sacralità delle leggi. Se la stagione delle riforme tarda ad arrivare, non avviene per le grandi Istituzioni di questo Paese, è necessario comunque partire da qualche parte: la storia propone esempi che provengono dalle piccole azioni, o come diceva Manzoni la storia è fatta anche dagli umili, dai piccoli, dagli ultimi e, allora partiamo dal basso per dare un segnale.

Assicuro che il mio impegno non cesserà, ma continuerà con la stessa passione che mi ha animato in questi anni.

Per quanto riguarda il mio futuro, ora posso solo affermare che non mi sottrarrò a meditazioni profonde, senza escludere nessuna possibilità, anche l’eventuale ritiro dalla politica per dedicarmi agli studi letterari. Ma confesso che mi piacerebbe lavorare per costruire una politica che oggi non vedo e offrire un contributo per la realizzazione di  un “centro politico” più moderno, aperto ad affrontare le sfide dell’evoluzione, e non inteso sempre come un prodotto elettorale e in contrapposizione a qualcuno. C’è bisogno oggi di una formazione politica vera che sappia interpretare le esigenze della società, c’è la necessità di incentivare la partecipazione per abbattere la crescente sfiducia, sintomo di una democrazia malata.

Per ora mi fermo a questa comunicazione, ringraziando tutti. Grazie Sant’Olcese per avermi dato tanto e insegnato molto: quest’esperienza mi ha fatto crescere, maturare e avvicinare alla comprensione dei problemi reali.

Porterò con me i segni distintivi di questo insegnamento, nel mio futuro qualsiasi esso sia.