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smartcityI tagli imposti dalla Legge di stabilità agli enti locali confermano difficoltà gestionali della Città metropolitana di Genova, che rischia di rimanere un’Istituzione vuota con il pericolo di privare i cittadini di alcuni servizi.

Il trasferimento del personale attualmente in forza all’ex Provincia di Genova alla Regione Liguria evidenzia un risparmio economico di un ente pubblico, ma in realtà si tratta di una partita di giro di cui mi è assolutamente difficile comprenderne il significato: la stessa cifra risparmiata verrà imputata a carico di un altro ente pubblico. Quindi non ci sarà un saldo positivo per l’intero sistema ma un trasferimento che rischia di generare confusione e disagi .

Sono molto preoccupato, invece, dalla qualità e dalla continuità  dei servizi che saranno erogati: si mette a repentaglio la sorte dei piccoli comuni e l’interesse collettivo della cittadinanza.

Riformare le Istituzioni del Paese non può ridursi esclusivamente alla razionalizzazione delle risorse economiche, ma deve accentuarsi su garanzie costituzionali che oggi rischiano di essere disattese.

Amministrare la Città metropolitana di Genova non vuol dire consegnare come fa lo studente diligente il compito richiesto, ma deve denunciare le anomalie e provvedere a risanare il quadro generale.

Penso alla formazione che dovrebbe essere trasferita alla Regione: su competenze così strategiche  del genere non si può giocare sul destino dei troppi disoccupati, ma occorrono interventi dettati non dalla politica dei tagli senza senso ma da azioni di responsabilità.

Finiamola una volta per tutte con il populismo che continua a divagare e  mietere “vittime”, soprattutto fra gli enti più piccoli e deboli

Servono politiche incoraggianti per contrastare l’emorragia di iscrizioni e avviare una strategia sostenibile per contrastare la parabola discendente dell’Università di Genova

– Puntiamo su Università, innovazione e lavoro

albergo poveri skyphotoE’tipico della nostra città, della nostra regione spendere soldi per progetti che poi vengono accantonati o abbandonati in qualche dimenticatoio. Dopo dieci anni di annunci arriva un’amara verità, l’ennesima fotografia di un fallimento. È proprio questa caratteristica che ha affossato il rilancio di questa regione. Si sono spese troppe risorse economiche per progettualità mai concretizzate, è l’ora di dire con fermezza basta!

Il Campus Universitario, previsto all’ex Albergo dei poveri, era e, per me rimane, un progetto ambizioso che deve essere sostenuto e perseguito. Sono contrario a ipotesi che tendano a rinunciare a una crescita per l’Università di Genova. Occorre rendere l’Università un polo attrattivo per i giovani, non solo liguri ma avere il coraggio di aprire a nuove frontiere per conquistare studenti provenienti anche da altre nazionalità contrastando il calo significativo di iscrizioni.

A chi sostiene che i I tempi siano difficili e il momento non lo consenta “è invece il momento di osare, non più solo a parole ma con i fatti, si è perso già troppo tempo: mi ribello a chi continua pensare a questa regione come una “Concordia” alla deriva, a chi non vuole costruire opportunità per i giovani. Il rilancio, lo sviluppo del nostro territorio passa anche dall’eccellenza dell’Università e non sono disponibile a rinunciare a questo obiettivo. Vietato rassegnarsi !

Sono convinto che istituzioni e privati debbano impegnarsi per sostenere il campus universitario, non è il momento del mugugno ma l’ora degli sforzi comuni per dire ai giovani che esiste per loro un futuro.

L’Università di Genova non può essere abbandonata a se stessa: si concentrino le energie per reperire risorse e finanziamenti al fine di avviare il campus senza per questo motivo rinunciare alle priorità sottolineate dal rettore. Serve un cambiamento di rotta, che consideri l’Università di Genova come infrastruttura per rilanciare istruzione, economia, formazione e lavoro. Chiudiamo l’era della tela di Penelope, la Liguria non ha più bisogno di ripensamenti ma di guardare a un futuro che qualcuno non vuole scrivere.

Palazzo Reale GenovaLa Cultura e il Turismo rappresentano un motore reale di crescita e di sviluppo per il futuro economico della nostra Regione: offrono un’opportunità unica in termini di nuova occupazione dove la specializzazione e l’innovazione dei settori garantiscono un surplus di applicazioni.

La Regione Liguria si deve fare interprete attivo di una nuova politica in ambito culturale-turistico cogliendo le opportunità offerte dallo scenario nazionale (Legge Bray 2013, Legge Franceschini 2014) e dal nuovo ambito europeo e internazionale . L’apatia che ha colmato il settore culturale deve cedere il posto a una nuova audace primavera.

Si promuovano strumenti estremamente innovativi che consentano l’inaugurazione dell’industria della cultura.

Le istituzioni devono ispirare una nuova stagione imprenditoriale sostenendo il coinvolgendo nel processo di trasformazione il pubblico, le imprese, le associazioni di settore,le organizzazioni non-profit, attivando una filiera produttiva della cultura. Una forte integrazione tra le attività del settore culturale e quelle dei settori connessi (turismo in primo luogo ma non solo) costituisce il cardine della strategia e valorizza una rete non più in contrapposizione (teatri, musei, gallerie,beni culturali) ma unita nel perseguire un obbiettivo di crescita fondato sulla produzione della cultura. Maggiori saranno le interconnessioni, maggiori saranno gli impatti economici che sarà possibile generare.

Senza timore occorre prendere spunto dalle grandi sfide che in altre realtà internazionali (Glasgow, Bilbao, Linz, Montreal,Liverpool, Manchester, Saint Louis, Rive Gauche Parigi)  hanno rappresentato un motivo di successo con risultati inimmaginabili  sia in termini di crescita economica sia in termini di valorizzazione del territorio.

Quindi partendo dalla sperimentazione del Grater London Council degli anni 70, Genova deve elaborare la sua prima, vera strategia per sostenere lo sviluppo culturale, ovvero deve realizzare un distretto culturale creativo per  rendere più efficiente ed efficace il processo di industrializzazione della cultura.

Si tratta di inaugurare una nuova metodologia che consenta a Genova di essere pioniere in un settore in via d’affermazione e in continua evoluzione .

Se negli ultimi anni si è parlato molto di distretto culturale evoluto,ricordando che in Italia su questo aspetto siamo ancora molto indietro, Genova può e deve unire le particolarità previste dalle logiche di questo progetto alle dinamiche offerte dall’informatica, dalla tecnologia e dal digitale. Lo streaming, l’avvento dello smart e “l’appizzazione” che si possono applicare costituiscono una nuova potenzialità economica tutta da esplorare e sostenere.

Il Carlo Felice rappresenta un naturale asset pregiato, secondo le leggi dei distretti culturali,sul quale si può costruire un distretto ad hoc, sostenendo la complementarietà strategica tra filiere culturali differenti e settori produttivi diversi, dalle infrastrutture teatrali, ai servizi di accoglienza, dalle strutture ricettive al  commercio, artigianato.

Il Teatro lirico genovese rappresenta il perno sul quale costruire un piano operativo di distretto culturale creativo in grado di assicurare le attività connesse di una rete produttiva con le altre realtà teatrali, i musei, le gallerie, le fondazioni, l‘editoria e non solo. La nascita di un distretto culturale consente, soprattutto, di creare nuove fonti occupazionali tra produzione diretta e indotto. A Manchester sono stati creati circa 22 mila posti di lavoro, 10mila nel settore culturale e 12mila in quello turistico.

In questo modo possiamo, inoltre,  rifunzionalizzare e rivitalizzare il centro storico intervenendo soprattutto sulle aree urbane degradate e in crisi contrastando  i fenomeni negativi come la microcriminalità.

Se un’area urbana torna a produrre il suo tessuto sociale non può che riceverne benefici.

 

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“Facciamo una App del Carlo Felice: arie d’opera dalla vastissima audioteca del teatro, scaricabili su iPhone a qualche centesimo di euro. Non è solo una questione economica , ma di promozione culturale mondiale”: la proposta è di Massimiliano Tovo, segretario cittadino dell’Udc (e candidando alla presidenza della regione). Studia il Carlo Felice e la potenzialità culturali e turistiche di Genova da un po’ e soprattutto ha visitato l’audioteca del teatro, un patrimonio enorme, inaccessibile al pubblico.

“Al Carlo Felice sono conservate tutte le registrazioni di tutte le opere e tutti i concerti realizzati dalla sua rinascita –dice Tovo – allora perché non fare sistema, in questa città, e chiedere a un’azienda hi-tech o alla stessa Iit di mettere a punto un’App, un’applicazione Carlo Felice, grazie alla quale, su iTunes, in tutto il mondo, anche per pochi centesimi , si possano scaricare brani d’opera che sono risuonati su questo palcoscenico? Sarebbe un introito per il teatro e soprattutto una promozione formidabile”. Non si tratta di “tradire” l’opera italiana, secondo Tovo: “ma di solleticare il pubblico con incisioni storiche, tanto da portarlo qui”.

Immagina il Carlo Felice come il centro di un “distretto culturale creativo”, Tovo, messo in rete, ma centro indiscusso con tutte le altre realtà culturali della città, dai musei alle stesse vie del Centro storico. “Genova deve diventare come Manchester – spiega – negli anni ’90 ha creato, con il proprio distretto culturale, 22.000 posti di lavoro”

Michela Bompani

La Repubblica, Genova , 27 settembre 2014

Salviamo Carlo FeliceOggi, a distanza di quasi due anni, ripropongo un mio intervento che fu pubblicato sulle pagine de Il Secolo XIX sull’opportunità reale di salvare il Teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova. Gli elementi qui contenuti li considero ancora attuali, ma lascio a voi dedite conclusioni.

“Comprendo la drammatica situazione  dei lavoratori del teatro Carlo Felice garantisco il mio impegno personale per trovare una soluzione definitiva e duratura alle prospettive occupazionali. Anche in tempi di crisi è importante tornare a investire nelle iniziative culturali attraverso misure in controtendenza  alle politiche di contrazione promosse dagli attuali governi e invito a questo proposito a guardare cosa succede sia in Francia sia in Germania.

Il Carlo Felice è un gioiello che appartiene al patrimonio della “nazione cultura” senza confini geopolitici-geografici, dove la musica è la lingua universale che unisce e non divide.  Siamo davanti a una sfida che non può esaurirsi nella semplice adozione di vecchi modelli. L’evoluzione profonda della società, caratterizzata dalla globalizzazione, ci obbliga a un atto di coraggio e di media lunga visione. Gli effetti della Great Recession si abbattono purtroppo anche sulla Cultura, attraverso una selvaggia politica di tagli, ritenuta troppo spesso come “un pozzo senza fondo” destinato a risucchiare risorse invece di produrne.

Se si continua con atteggiamenti di indifferenza nei confronti dell’altissimo valore della cultura e le drastiche riduzioni di finanziamenti si rischia di compromettere la futura attività, non solo sotto il profilo produttivo ma anche qualitativo.

Serve invece cambiare rotta inaugurando con coraggio nuove vie che sappiano delineare un nuovo processo culturale dove il Carlo Felice possa essere inserito nelle strategie tracciate dal piano Europa 2020.

Il Carlo Felice va incluso in una complessa offerta culturale, nell’ottica di un nuovo modello di crescita, dove la cultura è intesa anche come produzione e occasione di lavoro. Si è perso troppo tempo? Per me non è mai troppo tardi. Dobbiamo vincere questa scommessa superando gli sterili dibattiti circa il ruolo e la responsabilità del pubblico e del privato nell’investire nella Cultura. Serve oggi più che mai l’unione tra chi vuole fare, non si vince sostenendo la divisione dei ruoli tra pubblico e privato. Salvare e rilanciare il Carlo Felice è una responsabilità che appartiene a tutti: la sconfitta si può evitare tenendo lontano criteri o atteggiamenti che non sono utili a nessuno.

Sia per il pubblico che per il privato esiste una responsabilità congiunta nella salvaguardia del patrimonio culturale e insostituibile del Carlo Felice: ma è soprattutto una realtà viva che deve continuare a costituirsi ed evolvere ogni giorno, tanto più la nostra inventiva e intelligenza è all’altezza del passato da cui si alimenta.

Guardiamo al Carlo Felice non come ad un problema ma come ad un’opportunità senza esitazioni: liberiamoci delle vecchie incrostazioni mentali. Non si può più procedere affrontando periodicamente la realtà dell’Ente lirico esclusivamente come problematiche di bilancio, ma come perno di un’offerta culturale di cui la nostra città è in grado di poter realizzare. Il Carlo Felice è una delle tante risorse della nostra città, ma servono strategie che sappiano vincere la miopia culturale ed economica di una politica troppo arretrata  per dare una risposta da tempo attesa”

9 novembre 2012

Non riduciamo la questione della riforma portuale a un mero teatrino politico, mettendo in scena uno scontro tra realtà savonese e genovese. Sarebbe un’emulazione triste oltre che dannosa all’intero sistema economico della nostra regione. Evitiamo ulteriori perdite di tempo, servono risposte in grado di cogliere l’esigenze del trasporto intermodale e una strategia logistica come stimolo per uscire dalla crisi economica garantendo un ruolo di crescita e di sviluppo.

La competitività del “sistema Liguria” non può prescindere dalla valorizzazione e ottimizzazione dei propri scali marittimi. La Liguria deve sfruttare in maggior misura i vantaggi derivanti dalla sua posizione e conformazione geografica che la rendono una naturale piattaforma logistica per tutto il centro-sud europeo. Arenarci sulla riforma tanto attesa accendendo una disputa tra annessioni o palesate conflittualità tra porto di Genova e porto di Savona non gioverebbe al superamento delle problematicità e criticità che limitano l’efficienza e la competitività .

Non credo che nessuno auspichi a ridurre o limitare l’autonomia locale,non si tratta di difendere il “vessillo di Genova” piuttosto che di Savona ma di promuovere un modello Liguria: superiamo gli elementi egocentrici che causerebbero l’asfissia dell’economia portuale ligure cogliendo, invece, lo spazio per una nuova visione più dinamica .

La riforma portuale non si può però fermare squisitamente sull’accorpamento delle autorità portuali ma occorre includere la prospettiva dell’autonomia finanziaria, senza questo elemento sarebbe una riforma dimezzata!

Prevedere, quindi, l’autonomia finanziaria dei porti è di vitale importanza, non si può rimandare ad ulteriori interventi legislativi. Si guardi a cosa succede nel nord Europa se vogliamo davvero dare un futuro all’economia della nostra regione. L’attuale congiuntura economica mondiale ha determinato una contrazione nei volumi dei traffici,occorre, pertanto, raggiungere maggiori economicità in termini monetari e di tempo. Una strategia logistica competitiva ha ripercussioni positive sull’intero assetto produttivo del territorio e conseguentemente sull’intero assetto socioeconomico del Paese, ma occorre dotare le autorità portuali di strumenti che consentano tali obbiettivi. L’autonomia finanziaria è oggi la verità copernicana dalla quale nessuna riforma può prescindere.

Ulteriori distrazioni sono da considerarsi nocive e contro tendenti al naturale sfruttamento delle potenzialità in essere.

GrondaAssurdo pensare che la nostra Regione possa essere esclusa da un processo importante come quello legato alle infrastrutture! Mi auguro possa trattarsi solamente di una distrazione o di un’errata interpretazione. Troppo tempo si è perso perseguendo la marcia dei rinvii, attitudine a un certo modo di gestire la politica nel nostro territorio. Ma non è ammissibile l’atteggiamento che potrebbe adottare il Governo . Mi piace usare un forte condizionale sperando che presto possa arrivare una smentita e una conferma per una strategia di crescita anche per la nostra regione.

Se così non fosse, credo che più di preoccuparsi di primarie entrambi i poli farebbero meglio ad evitare un inchino estremamente pericoloso: la nostra Liguria non può diventare la Concordia d’Italia.

Carlo Felice De FerrariLa strada intrapresa per salvare il Carlo Felice presenta degli obblighi legislativi che non possono e non devono essere evasi, ma onorati nel conseguimento degli obiettivi prefissati. Ogni tentativo di eludere evidenti responsabilità qualifica un grave indice di distrazione e d’incompetenza che mette a rischio il futuro del Teatro dell’Opera di Genova. Il sindaco Doria, in qualità di presidente dell’Ente e il CDA della Fondazione Teatro Carlo Felice nell’apprestamento del bilancio consuntivo 2013 devono agire con criteri di responsabilità,  pertanto non possono sottrarsi all’iter predisposto dalla legge Bray. Al fine di fare fronte allo stato di grave crisi e di pervenire al risanamento delle gestioni e al rilancio delle attività della fondazione lirico-sinfonica, la Legge  Bray ( 112/2013) richiede un piano di restauro che intervenga su tutte le voci di bilancio strutturalmente non compatibili con la inderogabile necessità di assicurare gli equilibri strutturali del bilancio stesso, sia sotto il profilo patrimoniale che economico-finanziario, entro i tre successivi esercizi finanziari.

Il contenuto inderogabile previsto dall’art. 11 alla lettera a) della Legge 112/2013 impone tassativamente “ la rinegoziazione e ristrutturazione del debito della fondazione che preveda uno stralcio del valore nominale complessivo del debito esistente al 31 dicembre 2012, comprensivo degli interessi maturati e degli eventuali interessi di mora, previa verifica che nei rapporti con gli istituti bancari gli stessi non abbiano applicato nel corso degli anni interessi anatocistici sugli affidamenti concessi alla fondazione stessa.”

Il non perseguimento di questi obiettivi allontana l’ipotesi di abbattere il grave disavanzo del Teatro non consentendo di raggiungere il pareggio del conto economico relativo all’esercizio 2013, e conseguentemente i benefici previsti dalla stessa Legge quantificabili in un ulteriore contributo di circa un milione di euro all’anno per il triennio 2014/2016.

È auspicabile una controtendenza che assicuri nell’approvazione del bilancio 2013 la verifica, sulla base della documentazione bancaria esistente, la sussistenza di interessi anatocistici (ovvero gli interessi pagati sugli interessi che possono raggiungere sino all’80% degli interessi pagati) e le eventuali modalità di recupero delle somme indebitamente prelevate dagli istituti bancari, come  perentoriamente previsto dalla Legge 112/2013. (art. 11, comma gbis “g-bis l’obbligo per la fondazione, nella persona del legale rappresentante, di verificare che nel corso degli anni non siano stati corrisposti interessi anatocistici agli istituti bancari che hanno concesso affidamenti.”)

La verifica degli interessi anatocistici non può essere superficiale al piano di risanamento della Fondazione, un’azione del genere comprometterebbe seriamente l’assetto economico finanziario, con ripercussioni che lascerebbero poche speranze per la sopravvivenza del Carlo Felice. Ciò determinerebbe un declino inevitabile, azzerando tutti gli sforzi che sono stati assunti sino ad oggi, anche se non sempre all’altezza della situazione.

Questi elementi di preoccupazione sono affiorati  all’interno del CDA (14 aprile 2014), il quale ha optato di conferire un mandato esplorativo a uno studio legale, proprio per verificare  la situazione attuale su interessi anatocistici. È doveroso, a questo punto, che le Istituzioni e la dirigenza politica di questa città chiedano con forza di essere  informati  sugli elementi emersi in questa indagine.

In questi giorni si procede alla nomina del nuovo CDA, mi chiedo se sia possibile che le Istituzioni coinvolte possano adempiere a tale responsabilità senza conoscere nel dettaglio la reale situazione economico finanziaria dell’Ente: non sia la nomina dei commissari della Fondazione Carlo felice un’ennesima questione di poltrone.

 

Fiera-di-GenovaPoniamo fine a ogni ipotesi che sostenga la realizzazione di nuovi centri commerciali sul territorio genovese. Occorre invece rivitalizzare il suo tessuto economico, già duramente colpito dagli effetti della crisi. La proposta di costruire un centro commerciale sull’area della Fiera di Genova, oltre a essere una scelta miope e deleteria provocherebbe  uno tsunami per le attività economiche del centro cittadino, amplificando il decadimento in corso che non ha precedenti. Si abbia il coraggio di guadare alla definizione di nuove proposte che mirino a salvare e a rilanciare il settore del piccolo commercio, invece che  prestarsi a proposte perditempo.

La Giunta comunale deve assumere delle scelte urbanistiche chiare e necessariamente coraggiose e non limitarsi a “spot stagionali” che rischiano solo di  provocare allarmi giustificati. Da Ponte Parodi allo Stadio abbiamo sinora assistito a “un carosello di fumogeni” .

Senza timori si dica se Genova ha ancora bisogno di uno spazio espositivo di queste dimensioni, ma per favore evitiamo pannicelli caldi o soluzioni di compromesso che oltre a non dare una prospettiva di sviluppo non garantisce nessun margine di futuro.

Respingo, pertanto,  la proposta di delibera sulla realizzazione di un Centro Commerciale alla Fiera Di Genova, e invito la maggioranza a un ripensamento sottolineando inoltre che non si possono condividere neppure teorie di un commercio al dettaglio, ma solo un serio piano commerciale che la Giunta Doria deve dare, se in grado, alla città di Genova.

Città metroFoto“La stagione delle riforme è necessaria al rinnovamento dell’assetto istituzionale del nostro Paese: queste però dovrebbero seguire il buon senso e la responsabilità, qualità che non sempre emergono nel legislatore di turno. Passano i governi ma restano lacune che rischiano di far naufragare non solo un processo riformatore ma di far saltare l’intero ordinamento dello Stato. Sono in gioco la qualità della democrazia e la funzionalità delle istituzioni. Il rischio di creare una degenerazione istituzionale è sottovalutato nonché preoccupante.

L’abrogazione della Provincia di Genova e la nascita della città metropolitana si verificano non attraverso una revisione costituzionale ma con una legge di transitorietà (elemento riconosciuto paradossalmente peraltro dalla stessa legge all’articolo 5), violando il giudicato della sentenza n. 220 del 2013 della Corte costituzionale e non rispettando il normale processo come previsto  per le riforme costituzionali.

Comprendo che il Governo non avesse margini di scelta se non affidarsi a una legge pericolosamente degenerativa, per evitare nuove elezioni provinciali, che per effetto della sentenza avrebbero potuto tenersi lo scorso 25 maggio.

La legge è quindi il frutto di una corsa contro il tempo e ripresenta  gli errori già giudicati e condannati che non onora di certo il riformatore. La legge non quantifica il risparmio della spesa pubblica, se non quello misurabile per le indennità di carica pari a 104 milioni di euro circa, che corrisponde allo 0.0130 della spesa pubblica. ( un F35 costa dai 120 ai 130 milioni di euro).

La città metropolitana è prevista come ente di II° livello, pertanto non saranno i cittadini a scegliere i loro rappresentanti ma gli elettori “attivi” saranno solo i consiglieri comunali. Il sindaco della città metropolitana sarà il sindaco del capoluogo, legittimando di fatto una “discriminazione democratica” che consentirà ai cittadini di Genova città di eleggere il proprio sindaco indicando contemporaneamente il sindaco metropolitano, mentre  i cittadini dei rimanenti comuni (66) potranno eleggere il loro sindaco ma non quello metropolitano che invece  “subiranno” . Si creano così cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Dubbia la rappresentatività democratica del Consiglio metropolitano che potrebbe non corrispondere alla geografia politica genovese( non esiste nessuna garanzia per le minoranze, opposizioni). La città metropolitana così istituita è troppo “genovacentrica”: il futuro del Consiglio metropolitano e del suo sindaco dipendono direttamente da quello della città di Genova: se il Sindaco di Genova rassegna le sue dimissioni cade automaticamente anche la città metropolitana;Il Sindaco e il Consiglio metropolitano non possono essere sfiduciati da parte della Conferenza dei sindaci che non può esprimere nessun giudizio politico e indicazione amministrativa.

Per le ragioni appena espresse la conferenza dei sindaci si rivela un organo inutile. Gli organi della Città Metropolitana sono tre: Sindaco, Consiglio metropolitano e Conferenza dei sindaci. Nessun organo è eletto attraverso il suffragio universale, questa condizione  viola gli obblighi internazionali previsti dalla Carta Europea delle Autonomie, la quale prevede che almeno uno degli organi collegiali siano espressi attraverso l’elezione diretta. La Città Metropolitana. potrebbe prevedere l’elezione del sindaco, attraverso il suffragio universale solo”scorporando” il comune capoluogo in altri comuni, possibilità non concretizzabile in quanto in conflitto con i dettami della Corte dei Conti che mira più alla fusione dei comuni che ai frazionamenti per limitare la spesa pubblica”.

Questo mio intervento è stato pubblicato ieri (8 giugno 2014) come Punto di Vista sulle pagine de Il Secolo XIX