tovo(AGI) – Genova, 8 nov. – La candidatura di Sergio Cofferati, ex sindaco di Bologna, ex segretario della Cgil e attuale europarlamentare del Pd, alle primarie per le elezioni regionali in Liguria “e’ un fatto positivo perche’ costituisce un arricchimento. E’ una candidatura innovativa e interessante” ma “io rimango in campo perche’ queste primarie siano di coalizione: fuori dal Pd, solo l’unico che si e’ esposto”. Cosi’ Massimiliano Tovo, segretario genovese dell’Udc e candidato alle primarie del centrosinistra in Liguria, in vista delle elezioni regionali del 2015. 
“Quando io ho annunciato la mia candidatura – ha ricordato Tovo – chi era gia’ in campo non mi ha invitato al confronto e si e’ nascosto dietro un dito, affermando che mi sarei auto-candidato senza l’appoggio del mio partito, salvo poi essere smentito”. Secondo Tovo, l’ex segretario della Cgil “e’ stato l’unico ad auspicare che primarie siano davvero di coalizione, l’unico che si e’ rivolto alle altre forze politiche. Cofferati ha avuto il coraggio di richiamare non lo scontro in atto all’interno del Partito Democratico ma di correggere l’asse verso il vero obiettivo delle primarie che deve essere quello di compattare le forze politiche su un programma comune per lo sviluppo di questa regione e non – ha concluso – di contrapporre un nome ad un’altro”. 
 
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20141024-091255.jpgOccorre arrestare questa deflagrante occupazione della politica, allontanare i corrotti, gli impostori dalla gestione della cosa pubblica, partendo dall’osservanza dei dettami costituzionali . Per questo sono convinto che sia necessario istituire il Reato contro la Fedeltà alla Repubblica: la stessa Carta costituzionale richiama tutti i cittadini a essere fedeli alla Repubblica e a osservarne le leggi, il mancato adempimento deve trovare idonee sanzioni disciplinari e giuridiche.

Chi, abusando del proprio ruolo, ha sottratto risorse pubbliche per interessi personali deve essere perseguito non per il reato contro il patrimonio ma per il Reato contro la Fedeltà alla Repubblica . Sia ribadita l’effettività all’articolo 54 (Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge) principio cardine della nostra Costituzione in grado di frenare il degrado definitivo e ristabilire una condotta etico – morale alla vita pubblica. È la stessa Costituzione a definire che le responsabilità pubbliche debbano essere condotte con disciplina e onore, quando questa osservanza viene meno siamo davanti ad un grave atto d’infedeltà verso lo Stato, e come tale và perseguito.

L’istituto del reato contro la fedeltà alla Repubblica dovrebbe prevedere per i condannati in via definitiva la cancellazione del vitalizio, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e la confisca di tutti beni ottenuti illegalmente. Auspico che il Governo e il Parlamento possano prendere in considerazione questa proposta, altrimenti mi affiderò ad un’iniziativa di legge popolare.

La politica non deve incoraggiare truffatori, corrotti ma tenerli ben lontani dalla gestione del Bene Comune.

La difficile stagione politica che stiamo vivendo, soprattutto sotto il profilo etico morale, merita una svolta che sia in grado di superare gli errori e superficialità che chiusero il periodo di “tangentopoli”. La corruzione, il degrado e il malcostume che hanno caratterizzato l’avvento della Seconda repubblica, dimostrano che servono misure nuove e più efficaci.

A distanza di vent’anni abbiamo scoperto che le cronache legate a tangentopoli non solo non erano state consegnate alla storia, ma che si sono riproposte e spesso con gli stessi attori.

È evidente che gli strumenti adottati per evitare nuove tangentopoli non hanno né scoraggiato né funzionato. Questo vuol dire che il sistema non è stato in grado non solo di punire i colpevoli ma che nulla o poco è stato fatto per prevenire nuovi episodi.

Spese pazze, lo scandalo Mose o expo2015 purtroppo avvalorano queste affermazioni; è arrivato il momento di dire: poniamo fine a questa “deregulation morale”, lontano chiaramente da echi populistici o apparenti slogan.

L’appropriazione indebita di denaro pubblico, le truffe con fondi pubblici, le frodi fiscali e la corruzione sono reati gravissimi e come tali devono trovare punizioni esemplari, soprattutto se a compierli sono cittadini che ricoprono ruoli pubblici. Se non estirpiamo questa piaga sociale non ci sarà riforma che possa assicurare la ripresa del nostro Paese.

Massimiliano Tovo(ANSA) – GENOVA, 7 OTT – Il capogruppo regionale dell’Udc,

Marco Limoncini, appoggia la candidatura di Massimiliano Tovo

alle primarie del centrosinistra per scegliere il candidato alle

regionali del 2015. Lo ha annunciato lo stesso Limoncini a

margine del Consiglio regionale. Nelle scorse settimane, la

direzione regionale dell’Udc aveva invece preso le distanze

dalla candidatura di Tovo. Una parte del partito infatti

preferisce prendere tempo in attesa degli sviluppi delle

alleanze a livello nazionale.

“C’è un movimento di base all’interno dell’Udc che sostiene

invece la candidatura di Massimiliano Tovo alle primarie del

centrosinistra – ha spiegato Marco Limoncini -. Ci sono tanti

amministratori, consiglieri comunali e simpatizzanti in molti

medi e piccoli comuni che ritengono infatti tutt’ora valida

l’alleanza stretta con il centrosinistra. Nonostante la crisi

pensiamo che la maggioranza abbia funzionato bene e fatto buone

cose”.

L’ex sindaco di Cicagna parteciperà alla raccolta di firme a

sostegno della candidatura di Tovo: “lo farò in prima persona –

ha affermato Limoncini – così come sono pronti a farlo decine di

simpatizzanti dell’Udc. Vogliamo partecipare alle primarie e

vogliamo contribuire a scrivere il programma del

centrosinistra”. (ANSA).

Vi segnalo questa notizia appena pubblicata dall’ANSA

Palazzo Reale GenovaLa Cultura e il Turismo rappresentano un motore reale di crescita e di sviluppo per il futuro economico della nostra Regione: offrono un’opportunità unica in termini di nuova occupazione dove la specializzazione e l’innovazione dei settori garantiscono un surplus di applicazioni.

La Regione Liguria si deve fare interprete attivo di una nuova politica in ambito culturale-turistico cogliendo le opportunità offerte dallo scenario nazionale (Legge Bray 2013, Legge Franceschini 2014) e dal nuovo ambito europeo e internazionale . L’apatia che ha colmato il settore culturale deve cedere il posto a una nuova audace primavera.

Si promuovano strumenti estremamente innovativi che consentano l’inaugurazione dell’industria della cultura.

Le istituzioni devono ispirare una nuova stagione imprenditoriale sostenendo il coinvolgendo nel processo di trasformazione il pubblico, le imprese, le associazioni di settore,le organizzazioni non-profit, attivando una filiera produttiva della cultura. Una forte integrazione tra le attività del settore culturale e quelle dei settori connessi (turismo in primo luogo ma non solo) costituisce il cardine della strategia e valorizza una rete non più in contrapposizione (teatri, musei, gallerie,beni culturali) ma unita nel perseguire un obbiettivo di crescita fondato sulla produzione della cultura. Maggiori saranno le interconnessioni, maggiori saranno gli impatti economici che sarà possibile generare.

Senza timore occorre prendere spunto dalle grandi sfide che in altre realtà internazionali (Glasgow, Bilbao, Linz, Montreal,Liverpool, Manchester, Saint Louis, Rive Gauche Parigi)  hanno rappresentato un motivo di successo con risultati inimmaginabili  sia in termini di crescita economica sia in termini di valorizzazione del territorio.

Quindi partendo dalla sperimentazione del Grater London Council degli anni 70, Genova deve elaborare la sua prima, vera strategia per sostenere lo sviluppo culturale, ovvero deve realizzare un distretto culturale creativo per  rendere più efficiente ed efficace il processo di industrializzazione della cultura.

Si tratta di inaugurare una nuova metodologia che consenta a Genova di essere pioniere in un settore in via d’affermazione e in continua evoluzione .

Se negli ultimi anni si è parlato molto di distretto culturale evoluto,ricordando che in Italia su questo aspetto siamo ancora molto indietro, Genova può e deve unire le particolarità previste dalle logiche di questo progetto alle dinamiche offerte dall’informatica, dalla tecnologia e dal digitale. Lo streaming, l’avvento dello smart e “l’appizzazione” che si possono applicare costituiscono una nuova potenzialità economica tutta da esplorare e sostenere.

Il Carlo Felice rappresenta un naturale asset pregiato, secondo le leggi dei distretti culturali,sul quale si può costruire un distretto ad hoc, sostenendo la complementarietà strategica tra filiere culturali differenti e settori produttivi diversi, dalle infrastrutture teatrali, ai servizi di accoglienza, dalle strutture ricettive al  commercio, artigianato.

Il Teatro lirico genovese rappresenta il perno sul quale costruire un piano operativo di distretto culturale creativo in grado di assicurare le attività connesse di una rete produttiva con le altre realtà teatrali, i musei, le gallerie, le fondazioni, l‘editoria e non solo. La nascita di un distretto culturale consente, soprattutto, di creare nuove fonti occupazionali tra produzione diretta e indotto. A Manchester sono stati creati circa 22 mila posti di lavoro, 10mila nel settore culturale e 12mila in quello turistico.

In questo modo possiamo, inoltre,  rifunzionalizzare e rivitalizzare il centro storico intervenendo soprattutto sulle aree urbane degradate e in crisi contrastando  i fenomeni negativi come la microcriminalità.

Se un’area urbana torna a produrre il suo tessuto sociale non può che riceverne benefici.

 

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“Facciamo una App del Carlo Felice: arie d’opera dalla vastissima audioteca del teatro, scaricabili su iPhone a qualche centesimo di euro. Non è solo una questione economica , ma di promozione culturale mondiale”: la proposta è di Massimiliano Tovo, segretario cittadino dell’Udc (e candidando alla presidenza della regione). Studia il Carlo Felice e la potenzialità culturali e turistiche di Genova da un po’ e soprattutto ha visitato l’audioteca del teatro, un patrimonio enorme, inaccessibile al pubblico.

“Al Carlo Felice sono conservate tutte le registrazioni di tutte le opere e tutti i concerti realizzati dalla sua rinascita –dice Tovo – allora perché non fare sistema, in questa città, e chiedere a un’azienda hi-tech o alla stessa Iit di mettere a punto un’App, un’applicazione Carlo Felice, grazie alla quale, su iTunes, in tutto il mondo, anche per pochi centesimi , si possano scaricare brani d’opera che sono risuonati su questo palcoscenico? Sarebbe un introito per il teatro e soprattutto una promozione formidabile”. Non si tratta di “tradire” l’opera italiana, secondo Tovo: “ma di solleticare il pubblico con incisioni storiche, tanto da portarlo qui”.

Immagina il Carlo Felice come il centro di un “distretto culturale creativo”, Tovo, messo in rete, ma centro indiscusso con tutte le altre realtà culturali della città, dai musei alle stesse vie del Centro storico. “Genova deve diventare come Manchester – spiega – negli anni ’90 ha creato, con il proprio distretto culturale, 22.000 posti di lavoro”

Michela Bompani

La Repubblica, Genova , 27 settembre 2014

Salviamo Carlo FeliceOggi, a distanza di quasi due anni, ripropongo un mio intervento che fu pubblicato sulle pagine de Il Secolo XIX sull’opportunità reale di salvare il Teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova. Gli elementi qui contenuti li considero ancora attuali, ma lascio a voi dedite conclusioni.

“Comprendo la drammatica situazione  dei lavoratori del teatro Carlo Felice garantisco il mio impegno personale per trovare una soluzione definitiva e duratura alle prospettive occupazionali. Anche in tempi di crisi è importante tornare a investire nelle iniziative culturali attraverso misure in controtendenza  alle politiche di contrazione promosse dagli attuali governi e invito a questo proposito a guardare cosa succede sia in Francia sia in Germania.

Il Carlo Felice è un gioiello che appartiene al patrimonio della “nazione cultura” senza confini geopolitici-geografici, dove la musica è la lingua universale che unisce e non divide.  Siamo davanti a una sfida che non può esaurirsi nella semplice adozione di vecchi modelli. L’evoluzione profonda della società, caratterizzata dalla globalizzazione, ci obbliga a un atto di coraggio e di media lunga visione. Gli effetti della Great Recession si abbattono purtroppo anche sulla Cultura, attraverso una selvaggia politica di tagli, ritenuta troppo spesso come “un pozzo senza fondo” destinato a risucchiare risorse invece di produrne.

Se si continua con atteggiamenti di indifferenza nei confronti dell’altissimo valore della cultura e le drastiche riduzioni di finanziamenti si rischia di compromettere la futura attività, non solo sotto il profilo produttivo ma anche qualitativo.

Serve invece cambiare rotta inaugurando con coraggio nuove vie che sappiano delineare un nuovo processo culturale dove il Carlo Felice possa essere inserito nelle strategie tracciate dal piano Europa 2020.

Il Carlo Felice va incluso in una complessa offerta culturale, nell’ottica di un nuovo modello di crescita, dove la cultura è intesa anche come produzione e occasione di lavoro. Si è perso troppo tempo? Per me non è mai troppo tardi. Dobbiamo vincere questa scommessa superando gli sterili dibattiti circa il ruolo e la responsabilità del pubblico e del privato nell’investire nella Cultura. Serve oggi più che mai l’unione tra chi vuole fare, non si vince sostenendo la divisione dei ruoli tra pubblico e privato. Salvare e rilanciare il Carlo Felice è una responsabilità che appartiene a tutti: la sconfitta si può evitare tenendo lontano criteri o atteggiamenti che non sono utili a nessuno.

Sia per il pubblico che per il privato esiste una responsabilità congiunta nella salvaguardia del patrimonio culturale e insostituibile del Carlo Felice: ma è soprattutto una realtà viva che deve continuare a costituirsi ed evolvere ogni giorno, tanto più la nostra inventiva e intelligenza è all’altezza del passato da cui si alimenta.

Guardiamo al Carlo Felice non come ad un problema ma come ad un’opportunità senza esitazioni: liberiamoci delle vecchie incrostazioni mentali. Non si può più procedere affrontando periodicamente la realtà dell’Ente lirico esclusivamente come problematiche di bilancio, ma come perno di un’offerta culturale di cui la nostra città è in grado di poter realizzare. Il Carlo Felice è una delle tante risorse della nostra città, ma servono strategie che sappiano vincere la miopia culturale ed economica di una politica troppo arretrata  per dare una risposta da tempo attesa”

9 novembre 2012

Non riduciamo la questione della riforma portuale a un mero teatrino politico, mettendo in scena uno scontro tra realtà savonese e genovese. Sarebbe un’emulazione triste oltre che dannosa all’intero sistema economico della nostra regione. Evitiamo ulteriori perdite di tempo, servono risposte in grado di cogliere l’esigenze del trasporto intermodale e una strategia logistica come stimolo per uscire dalla crisi economica garantendo un ruolo di crescita e di sviluppo.

La competitività del “sistema Liguria” non può prescindere dalla valorizzazione e ottimizzazione dei propri scali marittimi. La Liguria deve sfruttare in maggior misura i vantaggi derivanti dalla sua posizione e conformazione geografica che la rendono una naturale piattaforma logistica per tutto il centro-sud europeo. Arenarci sulla riforma tanto attesa accendendo una disputa tra annessioni o palesate conflittualità tra porto di Genova e porto di Savona non gioverebbe al superamento delle problematicità e criticità che limitano l’efficienza e la competitività .

Non credo che nessuno auspichi a ridurre o limitare l’autonomia locale,non si tratta di difendere il “vessillo di Genova” piuttosto che di Savona ma di promuovere un modello Liguria: superiamo gli elementi egocentrici che causerebbero l’asfissia dell’economia portuale ligure cogliendo, invece, lo spazio per una nuova visione più dinamica .

La riforma portuale non si può però fermare squisitamente sull’accorpamento delle autorità portuali ma occorre includere la prospettiva dell’autonomia finanziaria, senza questo elemento sarebbe una riforma dimezzata!

Prevedere, quindi, l’autonomia finanziaria dei porti è di vitale importanza, non si può rimandare ad ulteriori interventi legislativi. Si guardi a cosa succede nel nord Europa se vogliamo davvero dare un futuro all’economia della nostra regione. L’attuale congiuntura economica mondiale ha determinato una contrazione nei volumi dei traffici,occorre, pertanto, raggiungere maggiori economicità in termini monetari e di tempo. Una strategia logistica competitiva ha ripercussioni positive sull’intero assetto produttivo del territorio e conseguentemente sull’intero assetto socioeconomico del Paese, ma occorre dotare le autorità portuali di strumenti che consentano tali obbiettivi. L’autonomia finanziaria è oggi la verità copernicana dalla quale nessuna riforma può prescindere.

Ulteriori distrazioni sono da considerarsi nocive e contro tendenti al naturale sfruttamento delle potenzialità in essere.

Don SturzoIn merito alla riforma elettorale desidero condividere una riflessione per apportare una migliore definizione nell’attuale dibattito.

La scelta del rinvio a fine ottobre deve, a mio modesto avviso, essere accolta come un’ulteriore opportunità e un’occasione da non sprecare al fine di apportare modifiche all’attuale disegno di legge, cogliendo quelle necessità dettate dalle ragioni politiche ma non in conflitto con le disposizioni delle dottrine giuridiche.

Non possiamo cedere a timori individuali e a tendenze irresponsabili per di più lontane dai valori democratici in cui ci riconosciamo.

Sono convinto che si possa lavorare insieme per determinare un processo della riforma elettorale che sappia garantire la governabilità come la rappresentatività, capisaldi della democrazia che devono essere tenuti in considerazione senza ricorrere a pretestuose strumentalizzazioni non idonee al conseguimento di nuova legge elettorale:obbiettivo irrinunciabile per la selezione della classe politica della nostra Regione.

Cogliamo, dunque, questo spazio come il tempo prezioso per una riflessione costruttiva mirata ad eliminare i difetti palesemente non conformi alla Costituzione, e a produrre gli accorgimenti migliorativi nell’interesse generale.

Sicuramente dovrà essere previsto uno strumento adeguato per la determinazione di una maggioranza legittima che potrà essere individuato con l’istituzione di una soglia accettabile o l’istituto del doppio turno.

Chi come me appartiene alla tradizione popolare non può dimenticare il richiamo di uno dei padri nobili della politica italiana, Don Luigi Sturzo e il sacrificio che pagò personalmente non condividendo la Legge Acerbo. Don Sturzo nel 1923 comprese il pericolo rappresentato dalla nuova legge elettorale, che istituiva il premio di maggioranza dei due terzi del parlamento a chi avesse raggiunto il 25 % dei voti: denunciò in tempi non sospetti la deriva antidemocratica ma rimase una voce incompresa e isolata. Il gruppo parlamentare del Partito Popolare scelse la strategia dinamica confermando l’assenso alla Legge Acerbo, Don Sturzo in seguito si dimise da segretario del Partito Popolare che aveva lui stesso fondato. Fu quello uno strappo profondo che non determinò gli effetti desiderati come il successivo “ritiro sull’Avventino” in merito all’omicidio Matteotti. La storia purtroppo diede ragione a Don Luigi Sturzo, la nuova legge elettorale consentì successivamente di introdurre innovazioni traumatiche e lesive che inaugurarono l’esperienza del totalitarismo. Senza esagerare in un parallelismo degli eventi storici ma esclusivamente per trarre ispirazione, noi non possiamo prescindere da responsabilità che sono congenite al nostro dna politico.

La crisi politica, sociale ed economica che attanaglia il nostro Paese, dalla quale la nostra regione non è esente, necessita di un processo largamente condiviso e legittimo nel pieno rispetto delle regole democratiche. La nuova legge elettorale regionale deve nascere lontano da timori, toni intimidatori o interessi individuali.

Auspico, quindi, che alla ripresa dei lavori del Consiglio regionale si adottino misure migliorative all’attuale proposta di legge trovando ispirazione e riferimento allo spirito del 48’ che ha consentito al nostro Paese di rinascere e diventare una moderna democrazia.

GrondaAssurdo pensare che la nostra Regione possa essere esclusa da un processo importante come quello legato alle infrastrutture! Mi auguro possa trattarsi solamente di una distrazione o di un’errata interpretazione. Troppo tempo si è perso perseguendo la marcia dei rinvii, attitudine a un certo modo di gestire la politica nel nostro territorio. Ma non è ammissibile l’atteggiamento che potrebbe adottare il Governo . Mi piace usare un forte condizionale sperando che presto possa arrivare una smentita e una conferma per una strategia di crescita anche per la nostra regione.

Se così non fosse, credo che più di preoccuparsi di primarie entrambi i poli farebbero meglio ad evitare un inchino estremamente pericoloso: la nostra Liguria non può diventare la Concordia d’Italia.

VALORE-CULTURALa Legge Franceschini è la “breccia di Porta Pia”che irrompe in uno schema rigido ed estremamente burocratizzato, abbatte le barriere e le vecchie contrapposizioni ideologiche e introduce un nuovo rapporto pubblico-privato nella gestione del patrimonio culturale.

I contributi dei privati tra sponsorizzazioni, erogazioni liberali e fondazioni bancarie nel quinquennio 2008-2013 sono crollati del 40%: sono andati perduti oltre 350 milioni di euro che si aggiungono al poderoso taglio pubblico. Guardando in casa nostra per essere pragmatici i contributi privati al Carlo Felice sono passati dai 2,5 milioni di euro del biennio 2010-2011 all’attuale 1,2 di euro. È chiaro che serva un sistema fiscale che incentivi una compartecipazione e ponga un freno a possibili nuove fughe di risorse economiche.

In un quadro di riforme inderogabili, la legge Franceschini coglie l’attimo fuggente iniziando un apporto rivoluzionario che consente il coinvolgimento dei privati attraverso nuove formule. Se la crisi economica ha costretto ulteriormente a pesanti tagli in materia di politiche culturali, lo Stato non deve rinunciare né alla valorizzazione né alla tutela del suo patrimonio culturale, ma deve trovare nuove soluzioni.

 L’Art Bonus, per esempio, introduce il credito d’imposta ovvero una leva fiscale del 65% per il 2014 e 2015 e del 50% per il 2016, per chi vorrà investire con propri capitali per la conservazione del patrimonio pubblico e il sostegno delle attività artistiche: finalmente un sistema che incentiva e non punisce le cosiddette sponsorizzazioni.

La legge contiene diverse novità dettate da una situazione d’emergenza, che sicuramente non risolvono l’intera problematicità del settore ma rappresentano un primo e importante passo.

La Cultura è un bene che appartiene all’umanità non allo Stato, alla Regione, alla Chiesa o a un privato ed è quindi logica la partecipazione di tutti e il contributo di ognuno.

In questo periodo di crisi economica-sociale cogliamo questa occasione per aprire a una nuova fase di innovazione e avanguardia, non esclusivamente per essere una vetrina di bellezze del passato, ma per tornare a produrre Cultura.

Dopo un esasperato periodo di inadeguatezza della classe politica, l’approvazione della legge Franceschini, preceduta dalla Bray, apre quindi a nuovi scenari che rivoluzionano in modo significativo la tutela e la valorizzazione della Cultura, segnando il tanto atteso iter innovativo del settore.

Il percorso è lungo e certamente insidioso, in quanto la nuova legge ha accolto soltanto le misure urgenti sulle quali occorreva un immediato intervento, ma pone le basi per successive azioni improcrastinabili volte a intendere la Cultura non più come pura voce di costo ma come investimento utile alla società. D’altronde , considerato il nostro immenso patrimonio artistico, non si può ridurre ad una singola legge la riforma totale del sistema, ma servono strumenti innovativi che consentano il rinnovamento legislativo, e la legge Franceschini ne è un esempio.

Le procedure amministrative, l’accentramento burocratico dei meccanismi di controllo sui gestori e produttori,l’incertezza sull’ammontare dei contributi e sulla scadenza della loro effettiva erogazione, fino ad oggi hanno paralizzato il settore della cultura, occorre per questo definire una policy chiara per garantire la semplificazione di norme e regolamenti.