cieloIl tempo scorre, il tempo passa, le cose invecchiano e i nostri sentimenti mutano forma, ma i ricordi si fortificano, diventano colonne della nostra esistenza. I ricordi come immagini di un albo fotografico della nostra vita forgiano la struttura del nostro carattere e , offrono una fonte unica alla quale possiamo ricorrere senza  lasciare sbiadire ciò che siamo.

Quel gennaio del 1994, quella domenica del 30 gennaio è incredibilmente ancora ancorata alla roccia della mia memoria. Se chiudo gli occhi, divento spettatore  di un film che conosco, ma che amo rivedere, quasi fosse un ponte d’incontro  quel luogo e quel tempo che segnarono l’addio, lo strappo.

Cara nonna, ti scrivo queste righe oggi a distanza di vent’anni, quando il tuo ultimo sorriso sigillò l’esperienza terrena, e tu partisti per il tuo lungo viaggio, verso il regno della speranza al quale tu con immensa fede tendevi. Vent’anni  un arco temporale enorme…

 

30 gennaio 1994

Ore 7.30 squilla il telefono di casa, domenica mattina, mi alzo … rispondo … la voce di mia mamma “ Vieni , fai presto … ci siamo”.

Fuori il cielo è tinto di un pallido azzurro, in lontananza nuvole stanche si appoggiano sulla cima dei monti.

Aspro risveglio, dopo una notte insonne, trascorsa nei presagi che ora diventano realtà;  vorrei rinviare questo momento, ma sono consapevole che non è umanamente possibile, non so se sono pronto a questa nuova iniziazione della vita, ma procedo, perché il fiume degli eventi, con la sua possente corrente mi trascina verso la foce del mistero. Raccolgo i miei abiti, ordinatamente posti la sera prima, mi vesto, riesco a prendere al volo la corriera che rincorro con il fiato sospeso. Ho poco tempo. Mi precipito in ospedale. Là, il luogo dell’addio eterno.

Salgo le scale, mi dirigo  all’unità di ostetricia; è stata ricoverata qui perché negli altri reparti era tutto esaurito; eterno conflitto tra Eros e Thanatos, … e penso qui nascono vite e lei sta per andarsene … chiedo alle infermiere il numero della stanza …, la raggiungo con il cuore in gola, eccomi sono davanti alla camera, la porta è chiusa, afferro la maniglia con la mano tremante. Apro. Entro.

Eccola sdraiata sul letto, accanto sua figlia, mia mamma … l’enfisema polmonare rende sempre più difficile il suo respiro, la guardo è ancora viva … lei mi rivolge la sua ultima attenzione, ed subito contenta, mi dona un enorme sorriso, vorrebbe parlare ma non riesce. Il suono della voce ha abbandonato già il suo corpo, trema, vuole dirmi qualcosa, non riesce, si sforza aggrappandosi alle poche energie che le sono ancora rimaste. La volontà di emettere parole, che ora sono pesanti e segnano una piccola sconfitta ci unisce in un dialogo sensazionale che solo la sfera delle emozioni può cogliere. Le sue parole sono prive di suoni ma comunicano ora con il suo potente sguardo, mi dice ti ho aspettato prima di andarmene e io la ringrazio , anch’io con gli occhi. Il suo viso scavato, con le guance risucchiate verso l’anima della nuova vita racchiudono questi veloci attimi, che mai dimenticherò. Il suo viso raccolto in cuscino stanco e sudato si adagia lentamente alla fine.

Accarezzo la sua fronte, fredda come non l’avevo mai sentita, ma gronda di sudore per le sue ultime fatiche … ha paura … i suoi occhi mi inseguono, felici … sembrano voler immortalare queste immagini, come serene compagne di un viaggio verso la verità che sta per accoglierla.

Guardo la mamma, e mi dice abbiamo pregato tutta la notte. Insieme , sai Massi abbiamo detto tanti rosari … Vieni anche tu, insieme tutti e tre … La preghiera, una fortezza, una fonte inesauribile che la accompagnata per tutta la vita.

La nonna vuole parlarmi, ci prova ancora, mi avvicino a lei, vorrei stringere la sua mano resa pesante dalla flebo che conta i secondi rimasti … mi guarda sorride, e allora dico “ mamma ora andiamo a Cortiglione, e ci rimaniamo , si a Cortiglione (il paese dove è nata mia nonna, e dove è ritornata dopo la pensione,rimanendoci sino a quando l’Alzheimer non la costretta a venire da noi).

Si andiamo a Cortiglione … la nonna mi guarda é felice, ha capito … il suo respiro sempre più affannoso, le macchine emettono suoni più agitati, scatta l’allarme … le infermiere irrompono nella nostra stanza, mi invitano ad alzarmi e lasciare la sua mano, intervengono, mi staccano … no vi prego … un’iniezione … sempre più faticoso respirare . Ci siamo.

Il suo volto si illumina, mi guarda ancora, una volta, l’ultima, … sorride … chiude gli occhi … per sempre.

Io piango. Il mio volto è travolto dalle lacrime, che scendono per il dolore che sto provando, forte, intenso e misterioso. Per la prima volta assaggio il distacco di un affetto. La morte non mi aveva, così mai tanto ferito. Prima di quel giorno non avevo voluto vedere nessun morto, mi faceva tremendamente paura, ma il mio destino per l’amore che provavo per quella donna mi ha voluto testimone del momento in cui la morte passa, e senza chiederci il permesso si porta via quello che consideriamo nostro, ma che in realtà appartiene a un mistero, grande quanto impercettibile.

Tutto questo in pochi secondi. A distanza di 20 anni penso sempre alla promessa che mi aveva fatto, “non morirò prima di averti salutato”. Promessa mantenuta.

Mi manchi tanto. I tuoi abbracci, le tue tagliatelle, le tue marmellate di more che preparavi per me … mi mancano tante cose … ma il tuo profumo vive nella mia memoria, ogni tanto mi sembra di percepire il tuo passo felpato, vorrei girarmi e sorprenderti nei tuoi lavori, come ti era caro fare.

Conservo ancora la coperta di lana, realizzata con maglioni disfatti. Tra tutte le cose che elimino, getto via, la tua coperta nonna, non la buttero mai via, mi accompagnerà sempre. Certo la mamma ha dovuto intervenire, riparandola, ricucendola là, dove si disfaceva. Su questa coperta, ancora il calore delle tue mani.

Ciao nonna! Non ti ho mai dimenticato.

30 gennaio 2014

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