SovranitaLa discussione in atto sulla riforma elettorale, obbligata e non più rinviabile anche in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale, evolve in costruzioni sempre più arzigogolate e tendenzialmente più lontane dall’effettiva volontà popolare.

Le proposte, che emergono da un dibattito sterile e condannato a salvare le pulsioni egocentriche, creano una situazione imbarazzante se non demagogica , con presupposti che fondamentalmente dimostrano di non aver ricevuto l’indicazione, se vogliamo anche subdola, contenuta nella sentenza che ha riconosciuto l’illegittimità del porcellum.

La premessa di una buona legge elettorale presuppone l’attuazione  di un processo selettivo della classe dirigente. I principi che determinano la tecnica di un modello elettorale devono rispondere a criteri volti a garantire la piena facoltà attiva dell’elettore. Introdurre meccanismi, che discriminano l’egualitarismo dell’espressione popolare del voto, conduce pericolosamente a una deriva anticostituzionale. Sostenere sistemi elettorali che propongono nella forma, palese o meno, l’emarginazione e ogni capacità di manovra del corpo elettorale, si contraddice con   l’impegno di far crescere la partecipazione democratica. La responsabilità della classe politica deve saper cogliere l’essenza costituzionale, in un impianto che regola la democrazia elettiva.

Se non emergeranno condizioni nuove ed efficacemente risolutive, la parabola discendente dell’ideale democratico che aprirà la strada  alla democrazia illusoria sarà uno sfondo sempre più reale e meno teorico.

L’Italia è passata, negli ultimi vent’anni nei tentavi riformatori, da una esasperata partitocrazia al personalismo della politica, il cui comune denominatore tende a una  forma di antiparlamentarismo strisciante e ad una negazione del valore fondante del momento elettorale.

La nuova legge elettorale deve essere un’occasione per riappropriarsi del tempo perduto, rivitalizzando il circuito della rappresentanza politica e rivalorizzando gli strumenti del “sistema elezione” nel pieno rispetto dei valori costituzionali.

L’espressione del voto non può essere ridotta all’autodeterminazione di una nuova elite oligarchica.

Il porcellum ha creato una frattura tra Paese legale e reale, con il conseguente calo vertiginoso della partecipazione e del consenso, che ha assecondato  l’esclusione politica del “demos”, favorendo il complesso della disaffezione. Non è un caso che il cosiddetto fenomeno dell’astensionismo abbia toccato nelle ultime tornate elettorali record per la democrazia italiana, sino ad oggi inimmaginabili. (nel 1976 l’astensionismo era pari al 6,6%, nel 2013 è salito al 25 % quasi, 11 milioni di persone hanno scelto di non partecipare al voto, una dato che deve indurre a una riflessione responsabile. Sotto diversi aspetti può essere considerato la prima forza politica del Paese, se si ragionasse per teoremi assurdi, avanti di questo passo, il premio di maggioranza, previsto dalla proposta Renzi potrebbe proprio aggiudicarselo il partito dell’astensionismo. Chiaramente questo mio ultimo pensiero è una provocazione.)

Siamo davanti a una lacerazione  culturale che sta depauperando il carattere semantico della democrazia; l’elaborazione di nuove leggi non può passare dalle illusioni baroccheggianti agli “ismi roccocheggianti” della politica. L’impostazione correttiva del porcellum esige non strategie alchemiche ma interventi ponderati.

Il premio di maggioranza come proposto risulta spregiudicato e favorisce l’avvento del governo della miglior minoranza, alterando di fatto il risultato elettorale.

La non cancellazione delle liste bloccate priva l’elettore della suo libero esercizio di voto, in quanto rimane vincolato a scelte determinate e blindate che non gli consentono di scegliere liberamente.

Non dimentichiamo che “ l’essenza e il valore di un sistema elettorale in un Paese democratico è rappresentato dal diritto degli elettori di scegliere essi direttamente gli eletti. Se questo viene meno , ciò che si pone in discussione non sono le forme ed i limiti dell’esercizio della sovranità poplare, ma la soggettività giuridica e politica del corpo elettorale come tale”. (G. Azzariti)

Le liste bloccate limitano la legittimazione diretta dei rappresentanti da parte del “popolo sovrano”, riducendo la rappresentanza politica ad una “crassa finzione”. Fattore caratterizzante delle cosiddette democrazie emotive.

Si tratta di uno strappo profondo dove la distanza progressiva che separa gli elettori dagli eletti, i cittadini dai partiti tende ad aumentare in una preoccupante inversione di fattori.

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