leggeelettoraleLe riforme elettorali si fanno non per impedire a qualcuno di entrare in parlamento, n’è tanto meno per garantirsi a colpo sicuro la vittoria. Il problema principale di una legge elettorale sta nella garanzia della rappresentanza democratica e della governabilità.

Il dibattito sulla questione elettorale a cui assistiamo in questi giorni, appartiene a una deludente goldoniana rappresentazione della politica.

Si può fare di più e certamente meglio; il “mattarellum” nacque sotto gli stessi astri nefasti, e non aprì a una fase migliore, anzi, peggiore che sfociò poco più tardi nel famoso “porcellum”.

L’Italia maggioritaria, che doveva nascere dal crollo della Prima Repubblica e in seguito agli scandali di tangentopoli, si palesò invece in una stagione di logoramenti deistituzionalizzanti, dalla quale oggi è urgente uscirne fuori. Si parlava allora di una legge elettorale che avrebbe garantito governabilità e che avrebbe portato l’Italia a raggiungere le democrazie occidentali moderne, eliminando i partiti minori per favorire un sistema bipartitico: il periodo del Pentapartito doveva essere consegnato alla storia e i ricatti dei piccoli partiti avrebbero dovuto rimanere un vano ricordo. Questi presupposti rimasero nelle pagine dei comizi elettorali, e l’Italia bipolare che andava nascendo favoriva di fatto, in Parlamento,  la proliferazione di partitini, spesso fondati su leaderismi soggettivi pronti a rispondere al miglior offerente governativo.

Neppure le commissioni bicamerali riuscirono ad assicurare al nostro Paese il riformismo tanto auspicato, e il gattopardismo cambiare tutto perché nulla cambi ha finito per caratterizzare questo ultimo ventennio.

La democrazia ha subito pesanti ripercussioni, ancora oggi difficili da intravvedere, ma che segnano una profonda crisi di sistema.  Occorre tracciare l’avvio di una strada nuova, ripercorrere direzioni già conosciute senza sbocco, a vicolo cieco, eleva il rischio di default per il nostro Paese. Impariamo a leggere la storia per non ripetere gli stessi falli, e trarre dalla memoria degli errori insegnamenti idonei a non ripeterli.

Sulla riforma elettorale, da due anni a questa parte, sono convinto che esista un sistema dal quale si possa partire come riferimento rappresentato dal modello per l’elezioni dei sindaci o dei presidenti delle regioni, che consente governabilità, bipolarismo, rappresentatività e alternanza, conferendo all’elettore la possibilità di scegliere attraverso la preferenza il candidato che ritiene più opportuno. Non sostengo che la riforma elettorale per il Parlamento debba necessariamente ricalcare quella dei sindaci o governatori regionali, ma desidero richiamare l’attenzione su un sistema che ha dimostrato di funzionare: partiamo, allora, da questa base; inutile ripetere le ricerche di modelli da importare oggi dalla Spagna più tosto che dalla Germania, Francia o Inghilterra. Si tratta di strategie di marketing preelettorale che non conducono da nessuna parte, ma contribuiscono ad accelerare verso la distruzione totale.

Bene Renzi quando affermava sotto l’albero di Natale una riforma elettorale che partisse proprio dai sistemi dei sindaci; deludente Renzi quando dal mazzo delle carte getta  un asso scaduto come la proposta spagnola: non abbiamo bisogno di copiare da altri soprattutto se questo serve per garantire la prosecuzione dei nominati. “Gira la ruota” , Renzi, e cerca una soluzione vincente, questa sembra scivolare sul “perde tutto”. Questa volta la montagna ha partorito un “porcellino”, che consentirà con pochi trucchetti di aggirare la sentenza della Corte Costituzionale, ma non di garantire un impianto elettorale efficace e favorendo l’instaurazione della classe oligarchica.

 

 

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