Nel giugno del 2011 ospite negli studi di radio “Babboleo News” lanciai un NO-PORCELLUMappello per inaugurare un’iniziativa popolare che avesse come obiettivo finale la riforma elettorale.  Qualche giorno più tardi “Il Giornale”, dalle pagine genovesi, ospitò un mio intervento sempre in merito alla questione elettorale. Naturalmente quel appello è rimasto inevaso e gli effetti negativi di questa legge elettorale, vera porcata, con la quale siamo chiamati a scegliere i nostri rappresentanti, li stiamo subendo ancora oggi. Effetti che posso definire drammatici, considerata anche la grave crisi economica e sociale che stiamo attraversando;l’esito delle urne infatti non ha consegnato al Paese una maggioranza in grado di governare e rischiamo uno stallo che potrebbe determinare conseguenze catastrofiche.Ripropongo qui di seguito il mio intervento pubblicato da “ Il Giornale” nel  giugno 2011. I principi qui contenuti sono validi ancora oggi più che mai, e sono sempre più convinto che la democrazia abbia bisogno di una buona legge elettorale, per consentire di scegliere e non di occupare le istituzioni.

 

Intervento pubblicato nel giugno 2011

“La legge elettorale è l’ossatura di una democrazia, è lo strumento con il quale i cittadini scelgono i loro rappresentati, designano la classe dirigente.

Il sistema vigente in Italia non consente di esprimere la preferenza, non consente di eleggere ma di nominare deputati o senatori che il più delle volte vengono paracadutati in collegi a loro sconosciuti, e che tali rimarranno per il corso della legislatura. E qui nessun partito si salva.

Questo Paese ha l’esigenza assoluta di costruire un nuovo sistema elettorale, che sia in grado di dare la governabilità da una parte, e dall’altra di ridare alla gente il senso di partecipazione nella scelta della rappresentanza. Oggi l’elettore è spogliato del suo mandato, complice (non sempre volontario) di una cooptazione che lo riduce da soggetto attivo a passivo. Questo sistema alimenta quello che ultimamente sembra essere il primo partito: l’astensionismo.

La disaffezione per le elezioni politiche negli ultimi quarant’anni è cresciuta corposamente; l’astensionismo è passato dal 6,6% del 1976 al 20 % del 2008, toccando livelli inusitati nelle elezioni amministrative del 2010 dove addirittura ha raggiunto il 40% e in alcuni casi superato il 50 %. L’astensionismo in una democrazia è il termometro più visibile del grado di insoddisfazione dell’elettorato  e testimonia la crisi del rapporto fiduciario tra la base popolare e le assemblee elettive. Un sistema politico-rappresentativo in esaurimento, destinato a peggiorare quando le forme elettorali emarginano ogni reale possibilità di partecipazione dell’elettore. In questo clima le istituzioni diventano sempre più impopolari e cresce così la distanza dai cittadini. In base a una rilevazione Eurispes, infatti, solo il 14 % della popolazione si sente rappresentato dai partiti.

Siamo davvero nell’era della postdemocrazia? O siamo invece arrivati al momento del riscatto, in cui l’elettore torna ad assumere un ruolo decisivo e responsabile e la democrazia conosce la stagione della riforma?

Il problema è di ordine qualitativo. Occorre restituire ai cittadini la sovranità e al Parlamento ridare le funzioni che ha perso: sintesi, mediazione, confronto e soprattutto cerniera tra società civile e società politica.

Esiste un’Italia che chiede con forza – internet e i social network lo testimoniano – di voltare pagina. Le recenti elezioni amministrative da una parte, il referendum dall’altra dimostrano che il cambiamento è in atto e il risultato non si può attribuire a una forza politica in specifico. La sfida ora è saperlo interpretare.

Come ho avuto modo di fare ai microfoni di Radio Babboleo, torno dalle vostre pagine a lanciare un appello: chiedo al mio leader Pierferdinando Casini di farsi interprete di questa volontà, attraverso un’iniziativa popolare che abbia come obiettivo la riforma elettorale.

Questo perché in un parlamento ”scilippotizzato” (o come direbbe Lussana “mussato”) vane sono le possibilità di riuscita. Chiedo a Casini di non fermarsi alle cinquantamila firme canoniche, ma di raccoglierne un milione: bisogna dare a questa impresa un grande significato, un mandato chiaro e netto, un’investitura che parta dalla base.

Sta per partire un referendum per abrogare la porcellum. Un iter lungo che obbligherà a cambiare, e allora mi chiedo perché non intervenire prima, evitando inutili costi e perdite di tempo. Promuovere un’iniziativa popolare mi sembra il migliore strumento di partecipazione per introdurre la preferenza diretta, la libertà di scelta, la quota di sbarramento, il limite di rieleggibilità parlamentare e l‘abolizione delle candidature plurime in più circoscrizioni.

Una legge elettorale concepita con questi criteri avrebbe come conseguenza anche un ricambio generazionale necessario: non possiamo avere una classe politica, pur con i suoi meriti, che staziona da oltre trent’anni in parlamento. La società evolve e ha bisogno anche di nuovi “attori”.

Il modello a cui fare riferimento sono regioni e comuni dove c’è l’elezione diretta dei governatori e dei sindaci, dove si garantisce il bipolarismo – quindi il principio dell’alternanza – il proporzionale e la preferenza. L’Italia ha una sua identità e una sua specificità, non impantaniamoci guardando al sistema tedesco, francese, spagnolo o angloamericano, non facciamo l’ennesimo minestrone all’italiana. Serve una riforma vera e innovativa: è l’ora della responsabilità. La riforma elettorale è la madre di tutte le riforme perché consente di scegliere coloro che dovranno amministrare, dirigere e riformare. Senza questo passaggio essenziale il futuro appare incerto”
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