Le urne, lo riconosco con estrema lucidità, hanno consegnato un dato chiaro ed inequivocabile: l’UDC ha ottenuto un risultato assai deludente, di pura sconfitta che penalizza il lavoro fatto in questi anni, e soprattutto il grande senso di responsabilità esercitato in quest’ultimo anno parlamentare.

PRESENTE-PASSATO-FUTUROGli elettori hanno bocciato di fatto scelte volute da uno stretto gruppo della dirigenza nazionale: è inutile parlare di scelte troppo condivise e di consultazioni che se non si sono mai fatte o che se esistono sono state esili e che non hanno saputo attingere dalle richieste territoriali.

Non è l’ora questa di lapidare nessuno, ma un processo a chi ha governato questo percorso deve essere fatto, perché credo che nessuno possa fuggire alle sue responsabilità, ne tanto meno liquidare un’esperienza che sul territorio è viva e qualificante.

Ieri nella seduta  del consiglio nazionale dell’UDC è stata votata la mozione presentata da Cesa che avvia il Congresso entro la fine di Aprile. Considero il congresso il luogo più opportuno per un confronto democratico fatto anche di contrapposizioni, di analisi che sappiano indicare quale strada dovrà essere intrapresa.  Perché si può parlare di una “stagione chiusa” ma non si può obbligare a tirare definitivamente le saracinesche su un’idea progettuale in corso.

Servono risposte serie, concrete e realizzabili: non si può continuare ad elaborare politiche manageriali di stagione, prodotti usa e getta finalizzati al puro consumo elettorale.

Serve il riscatto delle idee  che sappiano dare risposte, la crisi esiste nessuno la nega e nessuno può permettersi  il lusso di dire davanti alla ricerca di soluzioni “non si può fare” . Spetta alla politica risolvere ogni tipo di problema e dare risposte anche alla disperazione. Chi preferisce lavarsi le mani come Ponzio Pilato è meglio che soddisfi le sue ambizioni altrove, mentre c’è bisogno di impegno e di buona volontà.

Il congresso potrà essere la sede opportuna per rilanciare un’identità moderna lontana da echi nostalgici.

Condivido in pieno e faccio mie le risposte contenute nell’intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera, a Marco Follini primo segretario UDC.

Oggi il Paese rischia una lacerazione profonda e pericolosa, non si possono sfruttare timori,  paure e la disperazione della gente, e altrettanto occupare la politica con l’arte degli insulti e promesse che offendono l’intelligenza e la sensibilità di tutti.

Occorre ricucire  un Paese partendo dalla libera consapevolezza che per consentire questa difficile operazione è inevitabile la realizzazione di un nuovo progetto culturale lungimirante .Occorre superare la superficialità e l’improvvisazione: l’attuale crisi, anche politica, merita risposte che siano  in grado di prospettare progettualità culturali e organizzative.

Il Centro non è morto come potrebbe decretare qualcuno, certo oggi non può presentarsi come la terza alternativa ma bisogna,invece, lavorare per inaugurare una nuova fase che sappia introdurre alla terza repubblica.

Un Centro nuovo può nascere dalla collaborazione dell’esperienza con le leve nuove: maggiore ruolo ai giovani, a facce nuove e non le solite che in questi anni hanno saputo cambiare più l’etichette ai partiti che le balie i pannolini ai bebè.

Oggi l’elettore è più maturo  libero e per questo più sensibile ma per questo non stupido.

Il coraggio delle idee, meno servilismo di bottega sono ingredienti per costruire un serio impegno congressuale.

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